mercoledì 28 agosto 2024

Thru alps: 160 km a piedi attraverso le Alpi

 


In Trentino c'e' un uomo, un mio coetaneo, che nel 2018 ha percorso a piedi i 4218 km del Pacific Crest Trail, un sentiero negli Stati Uniti. Una volta tornato ha deciso, dopo varie vicissitudini, di diventare una guida. Di accompagnare le persone alla scoperta di quella dura bellezza che la natura sa offrire, quel segreto che si svela solo a chi fa la fatica di inerpicarsi con le proprie forze lassù, tra le montagne. Io ho conosciuto Lorenzo perchè cercavo info su quel famoso sentiero da lui percorso, ma poi l'ho contattato perchè mi interessava la sua visione dell'hiking, molto simile alla mia. Infine qualche anno fa ci siamo trovati a camminare per un paio di giorni insieme, in questo  percorso.  Dopo quella volta mi sono ripromesso che non avrei più camminato in montagna in compagnia. Sia perchè sono un solitario sia perchè ho bisogno dei miei ritmi, di pause di contemplazione. Correre in autostrada non fa per me. Ho bisogno di prendere strade lente per apprezzare il mondo intorno. 

Poi però Lorenzo nella figura di guida ha proposto qualcosa che appena ho visto ho subito sentito come una sfida per le mie capacità di hiker indipendente che si sta facendo le ossa con percorsi sempre più lunghi fatti in autonomia: un trekking di 10 giorni e 160 km attraverso le alpi, alla ricerca di spazi poco frequentati e selvatici, belli e aspri. Nudi come la roccia. 

In autonomia.

Così ci siamo di nuovo sentiti per chiedergli informazioni varie su date, percorso, capacità necessarie ecc.

Troppo interessante ma...

 Fino a pochi giorni prima della partenza ero in dubbio. Ho un ginocchio che tende a fare i capricci quando deve affrontare lunghe discese, e nell'unica altra esperienza di trekking in compagnia ( proprio quel sentiero fatto con lui e un altro amico) si era infatti infiammato già alla fine del primo giorno, su un percorso di due. Temevo davvero di non essere in grado di completare qualcosa di simile. Il massimo che avevo fatto era stato un trekking di 4 giorni, con molto meno peso nello zaino, meno dislivelli, meno kilometri. E soprattutto andando al mio ritmo. La cosa che più mi turbava era il dovermi adattare agli altri. Però...quando ricapita un'occasione simile? 

Ci ho pensato a lungo. Alla fine ho deciso di proporre la mia partecipazione in cambio della mia esperienza con l'allenamento, la preparazione fisica e per la prima volta con la condivisione della mia ricerca sulla meditazione e sulla pratica del Buddhismo Zen. 

Lorenzo ha accettato e il primo passo era fatto. Non si torna indietro, nonostante i dubbi. 

Così è iniziata la pianificazione sull'equipaggiamento necessario, sul cibo da portare per i primi 5 giorni ( il resto lo avremmo ottenuto nell'unico paese attraversato nei 10 giorni di trekking, poco oltre la metà del percorso) e sull'atteggiamento da portare come partecipante  e come guida sui temi di cui fra poco parlerò.

il viandante sul mare di nebbia e il mio zaino pronto al viaggio. Il mio caro carlino 2.0


Perchè Thru Alps

L'idea da cui nasce questo trekking è che per potersi immergere davvero nelle sensazioni che la natura offre, sia spiacevoli che piacevoli, serve tempo. Serve rimanere lontano dalle continue distrazioni che il mondo ci propone, dai comfort della casa e dei servizi sempre pronti per una quantità di tempo sufficiente a riaprire gli occhi alla realtà che abbiamo davanti. Che è fatta di altro. E' fatta proprio di quelle sensazioni che abbiamo dimenticato di poter vivere come normali. E' fatta di molte migliaia di passi fatti in silenzio per poter scendere in profondità nei propri pensieri. Di panorami che sembrano eterni e sono continuamente cangianti, di ricominciare a esplorare sè stessi non più distratti ma finalmente presenti, presenti a ogni passo che si compie con attenzione, per non inciampare. 


Come dice Lorenzo nel suo sito, coltivare la bastevolezza. 


L'inizio del percorso


il primo shake down.

Il giorno prima dell'inizio del trekking sono partito da casa per poter riposare la notte a Trento, dove ho prenotato un hotel. Città bollente, che però si rinfresca un pò la sera dove ho girato, bevuto l'acqua di ogni fontana e abbastanza birra trentina da volermi sedere a godermi gli spruzzi del Nettuno di Piazza del Duomo.

Alla mattina del giorno di rendez vous ci siamo incontrati alla stazione e abbiamo preso il treno insieme fino al paesino tra Bolzano e Merano da cui siamo partiti. Non farò una descrizione minuziosa di ogni esperienza dei 10 giorni, sarebbe lunga e noiosa. Parlerò delle mie sensazioni e delle cose che più mi hanno toccato, commosso e turbato. 

Un gruppo di persone diverse tra loro, con approcci differenti al camminare in natura e nel modo di interagire con gli altri. Tutti maschi.  Eravamo in 7, anche se due ci hanno poi lasciato al quinto giorno.  Insieme a Lorenzo c'era Marco, che stava completando il suo tirocinio per diventare anche lui guida escursionistica. Un uomo pacato e positivo che ho imparato ad apprezzare nei giorni seguenti. 

Facilitatore

La sfida principale per me è stata  non isolarmi. Cosa non facile possedendo come già detto una natura piuttosto schiva e solitaria. Specialmente con sconosciuti e specialmente in un ambiente come la montagna. Però avevo anche il compito di proporre esercizi di riscaldamento, defaticamento, stretching. Sessioni di meditazione e di discussione sulla pratica e sulla natura della realtà. Senza alcun obbligo da parte dei partecipanti. Libertà assoluta di partecipare ad una parte o a tutto quello che avrei proposto nei giorni seguenti. 

Ho preparato una serie di riflessioni che avrei proposto all'avanzare del viaggio. Una sorta di programma molto flessibile che si sarebbe adattato alla natura delle persone e alla loro sensibilità. Alcuni sulla preparazione fisica utile a chi fa hiking, altri sulla connessione mente corpo, altri su temi quali Buddhismo e stoicismo. Ho tenuto conto anche della stanchezza, della noia dei partecipanti, della voglia  magari di riposare a fine giornata, o del desiderio di stare per conto proprio in certi momenti. 

L'idea prima di tutto era di non comportarmi da insegnante, non essendo un corso di parkour.  Ma da facilitatore, una figura a metà strada tra un compagno di classe con più esperienza e un docente. 

 L'essere in un ambiente come quello della montagna, in una valle deserta circondata solo da cime, torrenti e sassi ha amplificato nelle persone l'interesse e l'attenzione a certi temi. La propensione all'ascolto. Il primo giorno l'ho lasciato scorrere e concludersi senza proporre nulla, per permettere a tutti di prendersi il proprio tempo. Nei giorni seguenti, in base ai fattori descritti sopra, ho proposto, quando camminavamo, riposavamo o mangiavamo tutti insieme seduti in cerchio, delle attività.

Lunghi giorni e piacevoli notti



E' sempre molto difficile per me descrivere questo genere di esperienze, perché ogni dettaglio mi sembra essenziale e perché come chi ha viaggiato sa bene, il tempo si dilata. Non sono stati 10 giorni nella natura selvaggia, ma settimane. La percezione si...allarga.  Come miele che cola.

I panorami lentamente cambiano. Oggi siamo qua. Ieri eravamo là in fondo. Come è possibile?

Lorenzo indica col dito o più spesso col bastoncino da trekking il passo che abbiamo superato ieri, l'altro ieri. Questa forcella, quel ghiacciaio. Cielo... i ghiacciai!  Serpenti grigio-azzurri  a nord, a ovest, in ogni direzione. Lì il Bernina, là la Presanella. Laggiù il Wildspitze. Noi camminiamo, ci superiamo a vicenda quando qualcuno ha più energia,  a volte rallentiamo quando uno di noi deve mandare un fax ( il termine coniato per indicare il doversi appartare per andare in bagno) e quando succede colgo quei brevi momenti per riprendere fiato, stringere le cinghie dello zaino  togliere un sasso dalla scarpa, e poi, se avanza tempo, guardarmi intorno meravigliato. 

il punto tenda del primo giorno.


Tutto intorno è vento, laghetti alpini, animaletti ed erbe che si sono fatte dure per resistere alle condizioni inclementi dell'alta montagna. Se ti siedi spesso pungono. Ma siamo tutti in pantaloncini, scarpe da trail running, un approccio minimale e veloce. Personalmente mi piace perchè mi fa più vicino alla terra. Il freddo sulla pelle, la rugiada al mattino strusciando contro l'erba, il terreno.  




 I primi 5 giorni 

Durante i primi giorni il percorso era stato pianificato minuziosamente dalla guida in modo che fosse una sorta di preparazione ai giorni seguenti, più tecnici, con maggiori dislivelli e  passando il tempo a quote più alte. Infatti il problema principali all'inizio è stato il caldo, che anche sopra i 2000 metri si faceva sentire, e per non impiastricciarci di crema solare tendevamo a proteggere la pelle con vestiti che offrono un alto valore UPF.
 Questo permette, oltre a non farci diventare delle lumache unte e sudate, di potersi lavare nei torrenti senza inquinarli della crema spalmata sulla pelle. Questo accorgimento, come molti altri (anche il sotterrare la propria cacca facendo un buco con una paletta da ricoprire quando finito) fa parte di di alcuni princìpi importanti da usare in natura, soprattutto ad alte quote dove la decomposizione della materia organica è lenta se non quasi assente. Sono i princìpi del "leave no trace"  e servono a permettere a tutti di vivere e godere dell' ambiente che si attraversa lasciando la minore traccia possibile.  

Fame

Normalmente mangio molto poco, pur consumando una quantità abbastanza alta di calorie, grazie all'allenamento. Questo negli anni mi ha permesso di non concentrarmi troppo sulla dieta, pur mangiando obiettivamente male. E tendo a mangiare ancora meno  quando sono sotto sforzo. Così nei primi giorni avevo poco appetito e dovevo quasi impormi di prepararmi qualcosa a colazione o a cena. Pur consumando 4 o 5000 calorie al giorno, camminando tutto il giorno. Ma poi è avvenuta la mostruosa trasformazione!
Verso il quarto giorno ho iniziato ad avere finalmente fame. Una fame implacabile, rispetto ai miei standard. Pranzavo, mi sentivo pieno e dopo pochi minuti avevo di nuovo fame e sentivo lo stomaco vuoto. Mai successo prima. Ho evidentemente dato uno schiaffo al mio metabolismo facendolo svegliare dopo tanti anni di dieta sempre uguale.  E' stata una sensazione strana e piacevole. Ma insieme a quella il pensiero del cibo ha iniziato ad accompagnarmi più insistente del solito, durante la giornata. Ho raggiunto l'apice  di queste nuove sensazioni quando, al sesto giorno, siamo scesi nell'unico paese incontrato per poter fare il food resupply, il rifornimento di cibo. E nell'unico minimarket del paesino ho iniziato a vagare smarrito tra i pochi scaffali senza sapere cosa prendere, quanto prenderne, immaginando il potere calorico del cibo che mi serviva,  il fatto che non avrebbe dovuto annoiarmi per i prossimi 5 giorni e che non avrei dovuto farmi guidare solo dalla golosità del momento. Tutte sensazioni che ho cercato subito di contemplare come uno spettatore, come faccio quando medito. Osservavo me stesso e queste voglie, questa ansia con vaga curiosità. Ho comprato quella che mi sembrava una montagna di cibo, guardando poi lo zaino già quasi pieno e cercando di immaginare come avrei potuto farcelo stare tutto. Stessa cosa per tutti gli altri. Eravamo alla fermata di un bus, seduti per terra o sulle panchine a spacchettare tutto e a rimpacchetarlo  nei sacchetti ziploc per fargli occupare meno spazio mentre famiglie di turisti ben vestiti e profumati ci guardava di traverso, con le mamme che tenevano ben stretti per mano i propri bambini, non fosse mai che quei tizi strani e puzzolenti se li portassero via. 


Ferite casuali, letti che profumano di menta e caffè

Durante la sera, al secondo punto tenda,  mi stavo togliendo i vestiti per andare a lavarli nel torrente li vicino. Solo pochi metri dividevano la mia tenda dal letto del rio e perché non farli scalzo? Era un piacevole prato punteggiato da sassi ruvidi. Al secondo passo ho sfiorato un sasso col piede e una fettina di mignolo del piede sinistro è letteralmente volato via. Così. inspiegabilmente. Più che il dolore e il sangue è stata la sorpresa. Come se quel sasso fosse stato un opinel nuovo di fabbrica e il mio piede un salamino. Non un grosso problema, ma per altri 4 giorni ho dovuto tenere sempre un cerotto sul dito che sbatacchiava nella scarpa ad ogni passo ricordandomi di imparare a camminare con più prudenza in futuro. 
Ogni giorno abbiamo percorso dai 15 ai 18 km, fermandoci, quando il meteo lo permetteva, in boschi di larici pieni di lichene. 

o in meravigliose valli brulle. Che gli altri sentivano ostili e io più ospitali della mia stessa casa.  


Le mie notti di sonno migliori le ho fatte proprio in queste lande desolate.  Tornando ad avere pochi, semplici bisogni. Cibo, Acqua, Riposo, Calore. Mi fermo su quelli che sembrano solo dettagli proprio perchè nella nostra vita quotidiana queste cose sono scontate, mentre dal secondo o terzo giorno si inizia a capire che sono TUTTO. A casa apriamo il rubinetto e abbiamo acqua pulita infinita, in bagno carta igienica infinta e acqua per il bidet. Apriamo il frigo e il nostro problema è cosa mangiare, non SE mangiare.  Questa è la bastevolezza. Apprezzare l'essenziale. La notte del secondo giorno, sotto il Mandelsplitz, mi sono ritrovato stupidamente a sorridere nel buio mentre mi lavavo il sedere con dell'acqua gelida, in un torrente, sotto una stellata assurda. Gli altri dormivano. Io mi sono sentito completo laddove un altro si sarebbe sentito miserabile.

 Fino quando al tramonto del quarto giorno abbiamo deciso di fare una pausa caffè in una malga e li io ho deciso di meritarmi una doccia calda e un letto, cosa che una volta non avrei mai fatto, tutto rivestito del mio codice morale farlocco che mi avrebbe fatto sentire in colpa. Peccato che ormai mi ero abituato a dormire per terra e ho dormito pochissimo, pur essendo il letto morbidissimo e con le lenzuola che profumavano addirittura di menta. Il sogno di chiunque. Eravamo a 2100  metri e anche gli altri hanno in realtà dormito male quella notte nelle loro tende fuori dalla malga. Troppo caldo. 

La mattina successiva ci siamo alzati alle 4 e 30 perchè per la tarda mattinata davano pioggia e volevamo sfuggirle. Quindi abbiamo fatto una rapida colazione alla luce delle torce frontali e abbiamo affrontato immediatamente la ripida salita al passo che ci avrebbe fatto scavalcare il passo Palù a 2400  e poi avanti e sempre più in alto, fino ad un passo senza nome a 2900 mt che ci ha dato il benvenuto nella bellissima val di Rabbi con vista sulla val d'Ultimo. 

Certe mattine, come quella, le gambe erano pesanti. Di legno. Maledetti macigni, motori ingolfati che non vogliono saperne di partire.  Non è sempre tutto poesia e contemplazione. Spesso le gambe fanno davvero male, i muscoli trapezi cercano di combattere il peso dello zaino che tira giù le spalle rimanendo dolorosamente contratti per ore. Le piante dei piedi dolgono per tutti i km ma anche perchè le mie scarpe erano alla fine della loro vita, stanche e bisognose anch'esse di riposo. In altri momenti si andava forte e i piedi volevano in quelle valli silensiose. Luoghi impervi. Si entrava e si usciva dalle nuvole. Si raccoglie acqua, si mangia una barretta camminando. Il mio grande dispiacere per tutto questo trekking è stato non avere il tempo di fermarmi a contemplare. Ma capivo che c'era una tabella di marcia da rispettare, essendo in gruppo.  Si faceva giorno e ho osservato il sole sorgere su Cima Sternai 3443 metri. Una piramide di roccia di varie sfumature di rossi che la facevano  sembrare un pò il Vinicunca, la montagna arcobaleno peruviana. Ossido di ferro, manganese, granito. 

Poi abbiamo pranzato in un rifugio e appena abbiamo finito si è messo a piovere. siamo rimasti fuori ad ascoltare la pioggia sotto una tettoia mentre tutti si riparavano all'interno. Nello stretto spazio asciutto mi sono steso e ho dormito per qualche minuto, col braccio piegato a far da cuscino. 


Cima Sternai.


una della valli del mio cuore, dove non mi sono potuto fermare quanto desideravo. 




Tutti gli altri giorni. Le alte quote.


Camminando a volte si chiacchierava, altre si creava un silenzio spontaneo. In quei momenti eravamo 7 uomini che camminavano in fila su questo stretto nastro di sentiero  costeggiando montagne nate nel Mesozoico. Ognuno con le proprie speranze e con i propri demoni interiori. Quelli erano i miei momenti preferiti. Guardavo dove mettevo i piedi, ma anche i piedi di chi era davanti a me e armonizzavo il mio ritmo col suo, come un mantra. A volte ero io davanti, e si era tutti  un'unica cosa camminante.  Le sere di quei giorni ho proposto piccole introduzioni alla meditazione. Brevi periodi di raccoglimento seduti in silenzio, per far sentire a tutti il senso dell'essere nel presente senza fare altro. Un'altra sera ho sfruttato la valle dove avevamo messo le tende per invitare tutti a coltivare la presenza introducendo lo stone balancing. Un pomeriggio camminavamo su un pianoro accanto a un torrente che gorgogliava allegro. Li ho raccontato loro dei 3 Segni dell' esistenza ( le tre caratteristiche che condivide ogni cosa della nostra realtà, secondo il Buddhismo. In cambio ho imparato anche io qualcosa. Per esempio che sapore ha l'Acetosella, o che sensazione sa regalare il filo elettrificato delle recinzioni dei bovini. 

 Ho riflettuto molto sull'acqua, in quei giorni. Ne avevamo molta intorno a volte, altre era assente. 
 Col tempo si ri-impara ad apprezzare un bene come l'acqua, nulla è regalato. Nulla, accendendo un interruttore o aprendo un rubinetto.
E' preziosa la possibilità di raccogliere l'acqua dei torrenti ( è necessario cercare dell'acqua pulita e lontana da deiezioni animali, sedimenti o inquinanti). 
Ognuno raccoglie la propria, la filtra, la beve o la usa per lavarsi o per cucinare. Per lavare le proprie stoviglie, i denti, i calzini da usare il giorno dopo. Far bollire dell'acqua per una tisana, per farsi una minestra.  Al quinto giorno era anche troppa. 


Ha piovuto tutto il giorno e ne abbiamo approfittato per riposare in un piccolo bivacchino dove abbiamo solo riposato, chiacchierato, mangiato e dormito. Una sofferenza per chi non è abituato a stare fermo. 


Io ho meditato per quasi tutto il pomeriggio osservando da sotto la tettoia le gocce di pioggia raccogliersi sotto le travi di legno e cadermi vicino. Ho messo il pentolino vuoto sotto di esse e così ho avuto anche la musica. Per tutto il giorno nuvole  nebbia mostravano o nascondevano la catena di montagne di fronte a noi. Ho condiviso una delle sessioni di meditazione con Lorenzo e Luca, che non era mai stato seduto per 15 minuti. Alla fine abbiamo parlato delle nostre reciproche sensazioni. 




Il giorno dopo siamo ripartiti che era ancora buio, sotto la pioggia. Su fino al passo Cercen, con lo zaino pesante di cibo. Abbiamo percorso diversi km in un bellissimo Lariceto ed eravamo già all' interno del parco Nazionale dello Stelvio. Sono rimasto indietro apposta quella mattina (nei giorni seguenti lo avrei fatto sempre di più),  per sentirmi un pò solo e per godere del lichene peloso sui rami dei larici, che da me non esiste. Ogni tanto attingevo potenza dalla bottiglietta riempita di caffè di due giorni prima. Sotto, il prato umido e morbido. Animali che ci osservavano. Ero così felice di essere arrivato fino a là senza dolori. Merito anche delle sessioni di stretching che mi sono imposto di fare ogni sera, per quanto fossi stanco.

Dal settimo giorno abbiamo iniziato a salire sul serio. Valli davvero impervie, senza neanche più le indicazioni dei sentieri. Sopra i 2700 metri  abbiamo notato il colore dell'acqua del torrente cambiare e Lorenzo ci ha detto di caricarci di tutta l'acqua di cui avremmo avuto bisogno per quel giorno, almeno 2 litri e mezzo ciascuno. 



 Risalendolo il torrente si è lentamente trasformato in un ruscello in pendenza, poi in cascata e le rocce che bagnava erano biancastre. Strano. Nel frattempo è comparsa sopra di noi una famiglia di stambecchi.


Risalendo ancora siamo arrivati a uno spettacolo surreale e silenzioso. 

Il laghetto dalla bellezza misteriosa e quasi inquietante.

Un senso di euforia mi ha preso quando per ultimo, in coda alla fila, l'ho visto. 





Abbiamo dovuto portarci tutta l'acqua di quel giorno in spalla, perchè quel bel colore significava elementi minerali o metallici disciolti nell'acqua. Meglio non rischiare.

Oltre i 3000


Il canalone



Poco dopo abbiamo incontrato una  pietraia veramente infame, con sassi grossi come una piccola auto che ballavano. E oltre è iniziato il tratto più tecnico di tutto il trekking. Un canalone largo 2 metri fatto di sfasciumi e ghiaia che franavano. In quell'occasione la maledetta via ferrata fatta con Perez qualche anno fa (che negli ultimi 30 metri era franata e quindi in quell'occasione fummo costretti a fare arrampicata libera) si è rivelata utile, facendomi sembrare quel canalone una passeggiata. Così dopo aver chiesto il permesso alla guida di poter andare avanti me lo sono fatto praticante di corsa, arrampicando agilmente fino in cima mentre gli altri si aiutavano a vicenda per superare i punti critici. 

Arrivato in cima ho potuto prendermi del tempo. Tempo per rimanere turbato.




In cima al passo, superati i 3100 metri, c'erano reticolati di filo spinato vecchi di 100 anni che dividevano ancora quello che era il territorio austro ungarico da quello italiano. Ho dovuto camminare con attenzione perchè per quanto quasi polverizzato dalla ruggine era ancora pericoloso. Poco più in alto ho trovato il bivacco della grande guerra dove avremmo passato la notte. Qui mi sono aggirato tra i vecchi ruderi, Altro filo spinato, bossoli, ossa. Ossa umane. I segni della prima guerra mondiale qui erano ancora ben visibili. Un tema che mi ha sempre colpito. Ma non ne avevo ancora visto resti così numerosi come qua. E così in alto. Che genere di vita devono aver vissuto i soldati, qui, abbarbicati a oltre 3000 metri con  un cappotto di lana e poco altro? Magari in inverno, con metri di neve. Aspettando il prossimo assalto notturno o temendo colpi di artiglieria, mentre si stringevano contro i muretti a secco eretti per proteggersi dal vento tagliente?  Mi sentivo smarrito e piccolo. Poi gli altri sono arrivati e siamo entrati nel bivacco insieme. 
Anche il bivacco era un vecchio riparo della prima guerra mondiale ristrutturato dagli alpini della zona.  Ci ha offerto dei letti, una piccola stufa e una scorta di legna asciutta. Ne abbiamo comunque portata un pò da fondo valle per rimpinguare le esigue scorte. Durante il pomeriggio abbiamo riposato e pranzato.  A quella quota l'acqua  bolle davvero molto prima dei 100 gradi, e il sole picchia in modo aggressivo quando compare tra le nubi. I vestiti messi ad asciugare erano secchi in pochi minuti. Poco dopo il pranzo mi sono seduto in disparte a scrivere sul taccuino i fatti del giorno, il percorso fatto e riflessioni varie. Sotto un sasso ho intravisto un topolino che cercava resti di cibo sotto le panche e gli ho regalato un biscotto. 
Nel tardo pomeriggio ho meditato prima da solo poi con Lorenzo e Marco, facendo una sessione più lunga del solito. E' stata la sessione di meditazione in esterna più silenziosa che abbia mai sperimentato.  Le rocce taglienti sulle quali eravamo seduti costringevano  a rimanere nel presente.  Ma essere a quella quota era come essere su un aereo: le nuvole ci passavano vicino, oscuravano o poi mostravano il sole e le montagne intorno, i ghiacciai lontani e le valli molto più in basso.







La notte grazie ai tappi che uso per dormire non ho sentito nè il vento che fischiava tra le assi di legno piegate dal tempo nè la pioggia che cadeva. Mi sono immaginato la straordinaria stellata che avrei potuto ammirare se il cielo fosse stato sereno. Una mattina gelida e ventosa ci ha accolti e siamo riusciti a vedere sprazzi di alba tra le nuvole. 












Poi è iniziata la lunga e dolce discesa verso il Passo Gavia entrando in Lombardia. Ottavo, nono giorno. Li ricordo perchè da quel momento la compagnia ha iniziato a pesarmi e il bisogno di stare per conto mio ha iniziato a farsi prepotente. Quel pomeriggio, scendendo da una ripida pietraia il ginocchio ha iniziato a farmi male, ho preso un paio di mini distorsioni dovute alla stanchezza e alla fretta. Tutti correvano. Perchè? Non capivo più quella fretta, quel rotolare giù come sassi, come fosse una gara. C'era così tanta bellezza intorno da vivere, da vedere, dalla quale farsi commuovere...

Vedevo rosso. 

La rabbia mi aveva colto e per una buona ora sono rimasto in silenzio e furioso con loro per questo modo di fare e con me stesso per il mio arrabbiarmi in un luogo tanto bello. Quando siamo arrivati al punto tenda di quel giorno, nei pressi di un bivacco chiuso, ho immediatamente agito appena gli altri si sono allontanati per lavarsi in un torrente. Ho cominciato a respirare, lavandomi a mia volta con una bottiglia d'acqua presa da una fonte. Gelida. Mi sono asciugato con lentezza deliberata, poi mi sono vestito ancora più lentamente. Con gesti lenti e misurati ho camminato fino al mio zaino per prendere i vestiti puliti. Pochi altri passi per tornare alla fonte e ho lavato i vestiti sporchi come se fosse l'ultima azione che avrei potuto compiere in questa vita. Agire così è per me esattamente come meditare immobile seduto a gambe incrociate o lavare i piatti: un antidoto al veleno per il cuore che è la rabbia. Una vecchia amica dalla quale sto lavorando per allontanarmi. Ha funzionato. In meno di un'ora la mente era pacificata. I ragazzi sono poi tornati e abbiamo cenato insieme e ho guidato una lunga sessione di stretching, mentre il sole tramontava dietro le cime.  Era il penultimo giorno, quasi la fine del viaggio. E la rabbia non aveva vinto. 



La mattina dopo abbiamo affrontato gli ultimi passi in un continuo saliscendi immersi nella nebbia. Io per tutta quella mattina sono rimasto un pò indietro quel tanto che bastava  perdere di vista i ragazzi davanti a me nelle nuvole, ma non tanto da ricomparire ai loro occhi se, preoccupati, si fossero fermati.  Per alcuni km il sentiero costeggiava un ripido versante con alcuni piccoli tratti franati, e in caso di caduta nessuno avrebbe potuto fare niente. Tanto valeva almeno non perdersi di vista e rimanere uniti. Ma il bisogno di ascolto era troppo forte, non potevo più ignorarlo. C'era una valle senza nome che ho segnato sulla mappa. Un piccolo pianoro senza nome, banale agli occhi degli altri. Là, con la scusa di dovermi assentare per qualche minuto per "mandare un fax", mi sono seduto mentre gli altri andavano avanti e mi sono preso qualche minuto per imprimermi dentro quelle curve erbose, quei sassi. un paesaggio coì perfetto proprio perchè asimmetrico, naturale, non artificiale. Senza segni umani a parte il nastro del sentiero. 

Quella bellezza era esattamente Wabi-Sabi.

Alla fine di quel giorno ci siamo accampati al limite di un paese, per poi scendere ancora un pò per regalarci una pizza che ci è stata consegnata direttamente nell'ultimo posto tenda di questo viaggio... nel campo da calcio di un paesino. Terreno morbido e pianeggiante. Quella notte ho dormito poco, agitato da strani sogni tristi e romantici. Però stavo bene. Ero arrivato a macinare tappe da 24 km con 1600 mt di dislivello. Le gambe si stavano abituando.
La mattina dopo ci siamo incamminati con la consapevolezza di puzzare come delle carogne e di dover smontare le tende per l'ultima volta. Pochi km dopo eravamo nel paese. Ho imparato tanto su di me in questo breve e lungo viaggio, così intenso per noi. Mentre al di fuori il mondo viveva dieci normalissimi giorni per noi il tempo era dilatato. Abbiamo tratto lezioni da ogni particolare che Lorenzo ci ha insegnato sull'acqua, sui cibi da portare, su come comportarsi con vipere e altri animali, su come trattare le vesciche, come camminare meglio. Questo mentre facevamo gli ultimi kilometri su un sentiero dolce che scendeva verso il paese finale. Infine strade asfaltate, rumore, smog. Nella grande ragnatela di binari che segnano il nord Italia ognuno ha preso la sua strada per tornare a casa, portandosi dentro la propria lezione. 


Mi mancano già le montagne. 













 

sabato 23 dicembre 2023

Rituale del solstizio d'inverno

 



L'autunno e l'inverno sono le mie stagione preferite. Sento un legame col freddo, con gli alberi liberi dalle foglie e con l'aria tersa e pungente. Quasi tutte le notti in cui ho dormito nel bosco le ho fatte in questo periodo, dove, libero dagli insetti e dalle masse di escursionisti rumorosi, posso guardare la luna filtrare tra i rami in pace.

Solstizio d'inverno: il giorno più corto dell'anno, quello in cui il sole appare più basso sull'eclittica. Un  fenomeno dovuto all'inclinazione dell'asse terrestre ma che ha formato culti e religioni da migliaia di anni.

 Per celebrare il primo giorno di inverno ho deciso di eseguire un rito. Ho scelto di fare l'ennesima notte fuori, mentre le altre persone passano il venerdì sera a bere spritz nei locali o sul divano a guardare la tv. Ma ho deciso di eseguirlo con vari passaggi:

  • raggiungere il luogo del rituale al buio, camminando su per la montagna guidato solo dalla luce della luna, che in questo momento è nella fase di gibbosa crescente;
  • arrampicarmi su qualche albero al buio, contando solo sul tatto e sulle ombre e luci prodotte dalla luce della luna tra i rami;
  • passare la notte fuori senza accendere il fuoco e con equipaggiamento mediamente minimale.



Lasciata l'auto all'inizio del sentiero, mi sono sentito un cretino ad aver avuto questa idea. Il sentiero appariva assolutamente nero. Il vento faceva scricchiolare gli alberi muovendone la cima, lassù. Pochi minuti dopo però gli occhi hanno iniziato ad abituarsi, ma il timore di stare in un ambiente ostile è giustamente rimasto. Mentre camminavo istintivamente con più attenzione e più lentamente ho osservato questo timore, frutto della specie a cui appartengo, quella umana,  che non è notturna. Inoltre sono leggermente miope, quindi non se ne parlava di fare affidamento sulla vista. L'unico vero rischio in realtà ho scoperto essere i rami sottili dei faggi sospesi ad altezza occhi sul sentiero. Invisibili, troppo sottili per avere sostanza alla luce della luna finiscono facilmente negli occhi. Nel bosco, di notte, ci si sente giustamente una preda, e si agisce di conseguenza: camminavo lentamente, mi fermavo spesso col fiato sospeso per sentire rumori anomali, per poi proseguire con calma. 



Lentamente il timore è andato scemando ma sempre tenendo le orecchie ben aperte per evitare incontri troppo ravvicinati. 
Ho preso in considerazione la possibilità di incontrare cervi o cinghiali, ma l'importante è non incontrarli quando è troppo tardi per non farli sentire minacciati. Inoltre col vento sarebbe stato difficile sentirli camminare sulle foglie secche. Infine sono arrivato alla mia meta, e dopo aver scaricato lo zaino ho iniziato ad approcciare qualche albero. 
La sensazione è stata molto particolare. Inizialmente ci si sente insicuri, poichè pur con gli occhi abituati all'oscurità non si distingue bene dove sono i rami cui aggrapparsi, confusi nella prospettiva. Ho allungato una mano, sicura che avrebbe sentito la corteccia rugosa del faggio, stringendo un'ombra. Quindi le prime salite e discese sono state caute e senza salire troppo. Dopo averne fatte un paio anche con la torcia frontale, per poterle condividere sui social, l'ho lasciata a terra e sono risalito. 
Salivo, e guardando in alto tra i rami la luna mi aspettava. Ero su un faggio abbastanza alto, forse potevo toccarla, mi sono detto. Salivo tra rami morti e vivi, lentamente. I piedi nelle forcelle. Le mani a stringere i rami il meno possibile. 
 La luna si avvicinava. Potevo quasi toccarla.


Raggiunta la chioma, sono sbucato con la testa in cima al faggio. Guardandomi intorno la sua luce inondava  tutte le montagne intorno, poi i paesi giù a valle e in lontananza le montagne coperte di neve, ma sopra di me, la luna non si è voluta far toccare. Questa impossibilità mi ha commosso, in quel momento. 
Sono rimasto qualche minuto così, dondolato da un vento tiepido che faceva oscillare l'albero a cui ero aggrappato.
C'e' una bellezza nel luogo che frequento spesso, (quello che io chiamo il mio eremo), difficile da descrivere. In inverno questo altipiano ricoperto di faggi e punteggiato da massi di granito vulcanico offre al contempo uno spot incredibile per allenarsi, un luogo perfetto per meditare, uno spazio per fare pratica di tecniche di bushcraft e una casa per me, persona inquieta che non ama stare chiusa in casa. Io mi sento nel luogo giusto, quando sono lì. 


Assaporando sempre quel senso di mistero impenetrabile che sento quando sono tra i sassi, come se sussurrassero cose importanti in una lingua che non sono in grado di capire, sono sceso dall'albero. Ho preparato il rifugio per la notte e mi sono cucinato la cena col fornello. Troppo secco e troppo ventoso per fare un fuoco in condizioni di sicurezza. 
La luna era sempre li, mentre cenavo guardandola. Poi una tisana prima cdi infilarmi nel sacco a pelo. Le foglie secche sono venute a farmi il solletico. 




La notte è passata con  qualche risveglio brusco, quando una folata faceva sbattere il telo, ma non avutro incontri con animali. L'alba del secondo giorno d'inverno mi ha accolto rossa e meravigliosa alle 7 e 40, inondandomi di luce dal mio cantuccio caldo 




Dopo colazione ho meditato un pò e sono sceso a malincuore verso casa. Il rituale è stato compiuto!



"Mentre l’Italia sgomita nelle ferie, io quassù, da solo, sto bene, ma è difficile. La solitaria vita di un eremita poco deciso è ardua. Da un lato la bellezza del luogo, con unici interlocutori gli animali del bosco, gli uccelli e i corvi imperiali che lasciano cadere i loro cra come sassi sulla testa. Dall’altro, il richiamo della gente, della fama, della visibilità. Due forze che tirano la corda con questo vanitoso in mezzo a farsi dilaniare. Ma prima o dopo resterò quassù, magari per sempre, sepolto sotto un larice (le ceneri) coi cervi che mi fanno la cacca sopra. E i cinghiali che raspano per cavarmi fuori perché gli sto sul cazzo e la neve che eviterà tutto questo, coprendomi e tenendomi al calduccio. "
Mauro Corona, I segreti della montagna





venerdì 1 dicembre 2023

La Guerra Mondiale

La riflessione di stasera viene da una rivelazione avuta durante una litigata con un amico che sono riuscito a disinnescare. Proprio l'essere riuscito a disinnescare la litigata -o per essere più preciso- me stesso, da quella che altrimenti sarebbe stata la mia solita rabbiosa reazione di difesa mi ha dato la prova che dentro di me sta finalmente cambiando qualcosa. Ora sento che la guerra che ho iniziato durante l'infanzia contro tutti, sta spostando i suoi obbiettivi strategici. Prima ero un bambino in un angolo coi pugni stretti pronto ad agitarli contro qualunque minaccia, vera o immaginaria che fosse. 

 una guerra mondiale. Contro tutti.




Ora sto iniziando a cercare il casus belli dentro di me. Questo cambiamento di atteggiamento trova il  suo inizio molti anni fa, quando presi la decisione solenne di interrompere quella spirale di odio che circola nella mia famiglia.  E' una rete fitta e appiccicosa, quella della propria famiglia, dalla quale è difficilissimo uscire, e serve probabilmente una vita per farlo. Lentamente ho iniziato questo processo. Scavando, osservandomi, cercando di capire come fare, chiedendo consiglio alle persone care che in questi anni mi hanno accompagnato in questo viaggio portando molta pazienza verso questo rude cavaliere  che tanto li ha impegnati per dirozzarlo, e per renderlo un pò più fine e più degno di loro. 

 Questo processo ovviamente è lontano dall'essere completato, ma essendo questo blog un diario del mio cambiamento come praticante ne scrivo qui perchè mi sono accorto che questo disinnescare, questo equilibrio sempre più stabile e questo abbassamento tra i picchi di felicità e infelicità ha grandi ripercussioni sul mio modo di vivere la pratica del parkour, come ho scritto anche qui . Anche avere consistenza nella meditazione aiuta molto. E' qualcosa che porta risultati solo se praticata con disciplina. Ora inizio ad avere una visione più a lungo termine dei risultati che voglio ottenere, ho meno fretta. Questo mi ha automaticamente portato ad attaccarmi meno al chiudere subito un salto.  Mi godo il processo, mi diverto, finalmente! E, colpo di scena, divertendomi e avendo meno fretta spingo di più e meglio, grazie alla minore quantità di stress accumulato. Questo mi sta aprendo un mondo di salti che prima non vedevo. Salto meno di quando avevo vent'anni, ma salto meglio. 


sabato 21 ottobre 2023

17 anni di pratica, breve riflessione.

Un breve pensiero questa sera, dopo una bella giornata di allenamento coi ragazzi dell'ADD academy di Milano. 17 Anni fa iniziava il mio viaggio nel parkour. In realtà iniziai nel 2005 muovendomi con un paio di guantini sui muretti del mio paese di provincia ma il we del 20 ottobre 2006 partecipai al mio primo raduno, l'osram a Milano, e ho scelto quella come data ufficiale. Per festeggiare sono andato ad allenarmi a Milano accompagnando alcuni giovanissimi praticanti nel loro primo allenamento fuori da Varese e fuori da una palestra. Mi sembrava una cosa simbolica e anche poetica. Il succo di questo pensiero è che la mia pratica sta ancora evolvendo anno dopo anno, e la discussione con buone persone lo ha dimostrato. Dopo una lunga sessione di potenziamento di quelle come una volta, le proposte tecniche dei coach erano varie e tutte interessanti, e dopo aver trovato la mia ci ho lavorato con calma fino a completarla, alla fine di una interessante battaglia psicologica. In tutto il giorno ho fatto un solo salto. Perfetto per una giornata simbolica. Quello che ho sentito, chiudendo quel salto e finendo il mio allenamento non è stata solo una serena contemplazione della giornata trascorsa, del tramonto o dei miei risultati. Ma proprio come il maestro Daito quando risolse gli otto Koan del Hekiganroku, per un istante, senza più moscerini in faccia e con l'ultima luce del giorno che colorava i cirri in alto, ho avuto la chiara percezione che ci fosse un'uscita dalla barriera in ogni direzione:
 A nord, a sud, a est, a ovest.
La barriera del dover essere performanti, del postare sui social, persino quella più ardua da superare, quella del dover dimostrare a me stesso, per poi mostrare agli altri il processo. 

Uno dei molti sentieri per il vero Dao.

Un bel tramonto e un bel compleanno di pratica. 

venerdì 18 agosto 2023

Islanda 2023- Laugavegur Trail e Fimmvorduhals, seconda parte

 giorno 3: Il Fimmvorduhals, l'arrivo all'oceano e il ritorno a Reykjavìk

Il velo di nuvole sopra il ghiacciaio, dal quale nasce il vento del male che mi ha distrutto per tutto il terzo giorno.



Ho dormito dalle 23 alle 5 di un sonno profondo, senza sogni, anestetico. E poi l'orrore. Quando mi sono alzato entrambe le ginocchia mi facevano un male lancinate. Mi sono dovuto appoggiare alla balaustra per superare i 3 gradini che portavano ai bagni. Scendere da quei 3 gradini invece è stato molto peggio. Bene, mi sono detto. Magari questa volta l'hai imparata la lezione, pistolero. Dovevo sbattere il muso contro l'ego ancora una volta. In ogni caso ho preparato un bella colazione sostanziosa, ho scritto un pò e sono ripartito nella fresca mattina verde tra gli alberi, che sarebbe cambiata presto. Molto presto. 



La salita è iniziata poco dopo aver costeggiato il fiume. Sale molto rapidamente e per un pò, scaldandosi, mi sembrava che ginocchia a caviglia stessero bene, almeno a salire. Finiti i primi 800 mt di dislivello rimaneva solo muschio, intorno. E i ghiacciai  Eyjafjallajokull  e Myrdalskokull di fronte a me. Il primo, enorme, sembrava Il massiccio della Maiella in inverno ma molto, molto più grande. Solo dopo ho scoperto essere uno dei ghiacciai più piccoli dell'Islanda. Rimaneva alla mia destra mentre camminavo e lentamentre si ingrandiva e si avvicinava. Il secondo invece prendeva quasi un terzo del mio campo visivo, salendo lungo le pendici del  Fimmvorduhals, e non era che una minuscola lingua di ghiaccio che si protendeva verso di me rispetto all'enormità della sua estensione. Mi sentivo come una formica che vede solo un pezzetto di bordo del coperchio di una gigantesca pentola, il cui orizzonte supera di gran lunga la portata dello sguardo. Mi rendevo conto a livello immaginativo della sua grandezza, ma anche così faceva una certa impressione. Era stupendo quel senso di piccolezza umana e insieme di coraggio nell'esplorare deliberatamente qualcosa di così vasto e potente. Varie lingue, solo le più periferiche della propaggini di ghiaccio erano visibili come tentacoli che stringevano in un gelido abbraccio tutte le montagne alla mia sinistra.
Qui è iniziato il vento fortissimo che mi ha accompagnato per tutto il giorno. Come negli altri due precedenti, solo molto più forte. La mattina del giorno precedente le raffiche che hanno quasi strappato la mia tenda nella piana di Alftavatn sono arrivate a 50 km orari. Qui, secondo il meteo, erano di circa 80 km/h  con punte di 90. A 80 km/h lo strato di calore che produciamo naturalmente è risucchiato via, ed era quello che sentivo nonostante avessi addosso tutti i vestiti che avevo.  La pressione del vento spinge contro i vasi sanguigni del cranio provocando mal di testa.  Le mie articolazioni, già duramente provate dovevano gestire il triplo del lavoro propriocettivo per tenermi in piedi nelle raffiche, infatti nei tratti in discesa a causa della stanchezza ho battuto il mio record arrivando a prendere 5 mini distorsioni alla stessa caviglia. L'orecchio esposto al lato del vento faceva male, nonostante tutti gli strati, compresa la giacca antivento. Il vento oltre a essere forte era anche gelido, causando il problema del wind chill e facendomi percepire una temperatura molto inferiore a quella reale. Non mi rimaneva che tenermi in movimento costantemente.












Sopra il ghiacciaio più grande, quello alla mia sinistra, era addirittura possibile  in diretta la nascita delle nuvole. L'aria sopra il ghiaccio, cerca di scendere lungo le sue valli a gran velocità a causa della differenza di peso rispetto all'aria più calda intorno e una parte viene sparata in alto, dove si condensa immediatamente in nostri di nuvole gonfie e scure. Tutta l'aria che avanza viene spinta come in una condotta forzata attraverso la valle che ci divide fino a dove mi trovavo, prendendomi continuamente a schiaffoni gelidi. In cima al punto più alto raggiunto si trovava il Magna, un cratere nato nel 2010 che ho scavalcato pensando che stavo camminando su una baby montagna appena nata. In tempi geologici questi pochi anni sono praticante un battito di ciglia. Il terreno nerissimo era battuto costantemente dal vento, tanto da polverizzarsi in una sabbietta abrasiva che si infilava ovunque, col vento. Era però un tratto veramente epico. Mi sentivo stupidamente euforico, tutto imbacuccato e ingobbito contro il vento, ad attraversare un tratto di deserto solo. Solo i pali gialli e neri a segnare un sentiero invisibile, a parte qualche impronta recente che stava già venendo sfumata dal vento. Salite e discese, le ginocchia che bestemmiano, ancora altri sali e scendi, di cui una discesa su terreno franoso che mi ha fatto scivolare di culo per alcuni metri su un una sorta di sabbia giallo ocra umida e morbida che aveva sotto il ghiaccio. Meglio, mi ha fatto fare meno fatica. Sono finito in fondo a una piccola valle piena di crepe ghiacciate o fangose, affondando fino alle caviglie. Poi un'altra salita su un pezzo di ghiaccio che nascondeva tra le crepe delle sfumature di blu intenso, e arrivando in cima...ho visto finalmente l'oceano. Linea  grigia nascosta tre le nuvole. 



Ancora molto lontano, ma era li che sarebbe finito il mio trekking. Il dolore alle ginocchia purtroppo è peggiorato sensibilmente, altrimenti quella sarebbe stata la giornata più epica di tutto il viaggio. Lo è stata ugualmente, ma la lunghissima discesa fino all'oceano è stata la parte più dolorosa, purtroppo. Il vento spingeva di qua e di là sempre, cattivo. Superato l'ultimo bivacco, il Baldvinsskali,  la discesa prosegue infinita. Purtroppo a causa del dolore non mi sono goduto le stupende cascate del fiume Skoga, famoso solo per l'ultima che è davanti all'oceano, la cascata Skogafoss. Ma anche tutte le altre che la precedevano erano incredibili. 







Giunto infine a Skogafoss,  alle 16 ,( foss significa cascata in islandese), ho piantato sul prato la tenda, come al solito. Sono partito alle 7 e 30 quella mattina. 25 km ,1800 mt di dislivello in condizioni decisamente dure. Qui finisce il mio trekking. un totale di circa 80 km in 3 giorni, con alcuni dei panorami più incredibili che  abbia mai visto. Surreali, duri, a volte quasi alieni, solitari o allegri, come le lande deserte il ribollire rumoroso dell'acqua nelle solfatare.



Una delle avventure più dure e più belle della mia vita. Se tornassi indietro la rifarei solo un pò più lentamente, per godermela.



 

Quella notte ho dormito senza neanche i tappi, nonostante il fragore della cascata lì vicino. La mattina dopo ho provato a fare autostop fino a Reykajvìk ma nessuno mi ha tirato su, così alla fine pagando ho preso il pullman che mi ha riportato in città, dove mi sarei goduto un pò di riposo.









Reykjavìk


Avendo fatto il trekking così rapidamente i miei calcoli sui voli e sui giorni che avrei passato in città si sono un pò sballati. Ma questa è stata un'opportunità per rendere più profondo il legame con la parte più sociologica dell'Islanda e degli islandesi. Viverne solo la natura avrebbe rappresentato solo una fetta, per quanto buona e abbondante, dell'esperienza ISLANDA. Quindi ho passato altri 5 giorni  Reykjavìk tra esplorazioni, riposo, e il mio grande vizio: passare in rassegna TUTTI  i negozi di materiale da escursionismo della città, sbavando per tutto quello che vorrei comprare e che non posso permettermi. Non sto a raccontare ogni cosa vista della città, ogni angolo e ogni gatto (ci sono molti gatti che si fanno coccolare nei negozi o nei dintorni delle case). Metterò qualche foto e pochi dettagli. 
Appena sono arrivato in città, scendendo dal bus, ho sentito una musica provenire da qualche incrocio più avanti e sono andato ad indagare. Bandierine  e vestiti arcobaleno ovunque.  Dopo quei giorni di silenzio e solitudine sono stato letteralmente investito dal pride che ho scoperto si teneva quel giorno in città. E' stato bellissimo ricevere un benvenuto del genere, o così almeno io l'ho sentito. Carri, musica a palla, c'era una grandissima energia, quel giorno. Ho seguito il corteo fino al parco della città dove si sono riunite migliaia di persone. Ok, così era un pò troppo per iniziare. Dopo un pò sono andato in ostello a registrarmi e a riposare.
la cazzedrale della città.




 
Una mattina, annoiandomi perchè non sapevo cosa fare ( cosa importantissima, annoiarsi, quando si viaggia) su consiglio di un amico ho disegnato un pò. Come nel processo dello stone balance non mi importava del risultato, volevo solo imprimere le mie emozioni di quel momento con scorci, edifici, o attimi casuali, che casuali non sono mai. 
Un'altro giorno mi sono regalato l'esperienza delle terme di Sky Lagoon, nuovissimo impianto termale fuori dalla città che dà direttamente sul mare. Stupendo e non affollato come pensavo.

Un'altro giorno non sapevo bene cosa fare, per via dei pochissimi soldi rimasti. Così ho controllato sul conto corrente, per sapere quanto piangere. E ho scoperto, che l'infame compagnia aerea delle 6 ore di ritardo mi aveva rimborsato i soldi del viaggio. Miracolo. Allora ho deciso di farmi qualche piccolo regalo, grazie a questa botta di culo, e sono andato a mangiare cosine sfiziose, tra cui il famoso e incredibile salmone islandese. un blocco di 400 grammi di salmone che mi sono fatto in padella a colazione, incredibile. Oppure il ramen più buono della città. E un altro giorno ho prenotato il giro in barca per andare a vedere le balene. Balene non ne ho viste, a parte qualche pinna che affiorava per un attimo, però ho visto le pulcinelle di mare, e comunque è stato bello vedere la costa e la città da lontano,  in mare quasi aperto.




















Ho avuto dei momenti di inquietudine, osservando il tramonto alle 23 passate, e dei bei momenti di pace, nella vasca di sky lagoon o facendo un pò di Tai Chi davanti all'oceano. Durante uno di questi momenti di pace ho sentito giungere a qualcosa, nella mia mente. un traguardo, forse un'intuizione. ma è sfumata appena ne sono diventato cosciente, ed è sparita, qualunque cosa fosse. Peccato. 
 A volte invece era un pò dura essere da soli a godere di questa bellezza, e nessuno di importante con cui condividerla. In ogni caso questi luoghi mi hanno lasciato qualcosa dentro, come accade sempre durante i viaggi. Non mi resta che tornare in futuro, perchè non ne ho visto che una minima parte.


Vorrei sapere 
come mi sento, Islanda,
tu mi confondi.