sabato 19 settembre 2026

Ghost è morto, io no.

E' settembre. Sono passati nove mesi dal mio infortunio. Quasi un anno sospeso, senza sapere se potrò ancora saltare. Al contempo ho 37 anni. Prima di scrivere le mie riflessioni sulle attuali circostanze descriverò brevemente cosa è successo. 
A gennaio , durante un frontflip, ho iperesteso il ginocchio rompendo un menisco già non sanissimo. Da quel momento per diversi mesi ho avuto alti e bassi, momenti in cui sembrava migliorasse ed altri in cui il ginocchio si bloccava dolorosamente, costringendomi a lunghe attese al pronto soccorso per poi ottenere ancora più dolorose manovre per sbloccarlo.
 Così nei mesi successivi, con l'avvicinarsi della primavera ho passato molte ore in un calisthenic park a fare esercizi per riconquistare, millimetro dopo millimetro, la mobilità perduta, in attesa di notizie. 
E' arrivata l'estate e con essa ho scoperto di poter pedalare e un pochino correre. Entusiasmato dalla sensazione ho provato a fare un allenamento di parkour. Ma dopo qualche scavalcamento il ginocchio ha subìto una torsione facendo uscire e sporgere il menisco, che ho dovuto rimettere in sede con dei colpetti. Quello è stato il segnale che era il momento di contattare l'ennesimo ortopedico, sperando in un'opinione diversa da quella datami dai due precedenti che era qualcosa del tipo " Lei riesce a camminare, quindi non serve operarla. Fine della questione".
Attualmente sto aspettando una chiamata per l'operazione di rimozione della porzione lesionata del menisco. Il che significa che se davvero mi opereranno prima della fine dell'anno dovrei avere un recupero molto rapido, ma altrettanto rapidamente l'artrosi verrà a bussare alla mia porta, un giorno.
 Riprendendo le parole di Nami, questa situazione è un pò come un lutto. E' un dover abbandonare una parte di me, quella che aveva delle aspettative per quest'anno, ma anche che credeva di essere molto forte e stoica. 
Ho dei sogni, che ora sono sospesi. Ma nel frattempo la pratica non si è interrotta. Non si interromperebbe neanche se non avessi più le gambe, figurati per uno stupido menisco ballerino. 
In questi mesi passati seduto a fare esercizi con un elastico o appeso a una sbarra a fare trazioni ho avuto tempo per pensare a un tema a me caro. La comunità dei praticanti ( vedi il post Sangha ) e il mio rapporto con essa. Anche in relazione a questo infortunio.






La comunità solida


Per anni ho pensato alla comunità come a questa grande entità che sommava in sé tutte le virtù di tutti i praticanti, dai grandi fondatori all'ultimo corsista nato ieri. Una sorta di essere incorporeo che mi osservava e giudicava la mia pratica e il mio comportamento secondo il suo rigido codice morale (vi ricorda qualcosa?) Questo pensiero mi dava conforto, perchè in esso potevo rifugiarmi e potevo giudicare a mia volta gli altri secondo il mio/suo codice morale, proprio come un fanatico religioso. Ho passato troppo tempo sui social. Ho osservato competizioni, insegnanti improvvisati, influencer, content di parkour, televenditori che trattano i corsi come un soggetto di marketing. E se prima mi sono limitato a pensare che la comunità fosse morta, (la comunità dei fondatori, quella del Lario, di Gato, dei raduni di una volta, del potenziamento tutti insieme fino all'ultimo) ora ho realizzato che la comunità come ente autoconsistente non esiste.
La comunità è fatta da singoli individui. Ognuno con i suoi vizi e le sue virtù. E' fatta da umani, fallibili, brutti e belli e giusti e sbagliati tutto insieme, esattamente come me.
Anche l'aver chiuso i rapporti con quasi tutti i praticanti con i quali sono cresciuto e coi quali ho combattuto mille battaglie mi ha permesso, tutto sommato, di tornare un pò a certi periodi della mia vita e anche all'inizio della pratica, quando la ricerca e gli allenamenti erano solitari. Diventando adulti si abbandonano certi attaccamenti ma si diventa anche più rigidi nelle proprie convinzioni. Ognuno così prende la propria strada, che non sempre coincide con quella delle persone a cui si è voluto bene. Ho potuto vedere quanto io stesso fossi attaccato al concetto di comunità e ancora di più di quanto avessi delegato a questo concetto molta della mia serenità. Mi spiego meglio: per molto tempo ho creduto di dovermi allenare da solo, per non dover contare su nessuno nell'affrontare la mia paura ( cosa più facile, quando mi allenavo in gruppo). Poi ho scoperto l'enorme potenziale del sentirsi parte di un gruppo, dello spingersi a vicenda e crescere insieme. E così, anno dopo anno, raduno dopo raduno pensavo di aver trovato finalmente una famiglia. Poi ho rovinato quasi tutte queste profonde amicizie. E sono tornato a muovermi quasi sempre da solo, a parte la compagnia di poche, belle persone che hanno la pazienza di sopportare il mio brutto carattere. Ho pagato il prezzo salato del mio carattere con l'allontanamento di vecchi amici considerando sempre prima le mie, di responsabilità. Troppo facile rintanarsi nel vittimismo di quelle degli altri.


"Non c'e' uomo, per quanto saggio, che in un certo periodo della sua giovinezza non abbia pronunciato parole o addirittura condotto una vita il cui ricordo gli risulti sgradevole e che vorrebbe poter cancellare. Ma non deve assolutamente rammaricarsene. Perchè non può nutrire alcuna certezza di essere diventato saggio, nella misura in cui ciò è possibile, se non è passato attraverso tutte le incarnazioni odiose o ridicole che devono precedere quest'ultima incarnazione".

Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore




La comunità trasparente


Poi a gennaio c'e' stato l'infortunio. Ho passato settimane e poi mesi ad aspettare messaggi, auguri, preoccupazione da parte di tutte quelle persone che dichiaravano stima e rispetto. Niente. Tutti spariti. Dopo alcune settimane di piagnucoloso risentimento per questa (non dovuta) mancanza di attenzioni mi sono fermato a pensare. Dopo mesi ho iniziato a capire quanto mi sia servito essere dimenticato. Ho avuto l'occasione di prendere le distanze dalla scena, di sparire dai raduni, dai workshop, dal desiderio di mostrare gli ultimi salti fatti o la compilation che ogni tot mesi montavo per instagram. Non potevo e non posso attualmente saltare nè fare qualunque movimento di torsione del ginocchio, quindi nessun tipo di parkour. Ho cominciato a riappropriarmi della solitudine dei primi anni di pratica, nei parchetti in cui vado a fare i miei esercizi di riabilitazione. Ma ancora con del livore verso la comunità. Il mio piagnucoloso vittimismo tornava in superficie. Ma ora avevo finalmente i mezzi per affrontarlo faccia a faccia.










Oltre lo specchio della comunità



Poi qualcosa è cambiato. Ho sostituito la mia vecchia bicicletta con una più leggera e performante. E ho scoperto di poter pedalare con un dolore limitato.
Ho scoperto di poter praticare senza superare ostacoli fisici. Ho iniziato a pedalare con lo stesso approccio della mia pratica di ADD. Sempre di più. Più a lungo, più forte. E poi ho scoperto di poter correre. Prima pochissimo, a causa del ginocchio, poi lentamente anche quelle strutture hanno dovuto piegarsi alla volontà e si sono un pò adattate. Ora pratico parkour correndo e pedalando. Entrambe le discipline richiedano che la bocca venga tenuta chiusa. Due azioni faticosissime e insieme meditative. Ho bruciato la mia rabbia la notte pedalando, o al tramonto correndo per tutta l'estate per non arrendermi al caldo soffocante.
Ho compreso così che le persone della cosiddetta comunità non hanno colpe. O MEGLIO: molti hanno le loro responsabilità nell'avermi escluso, nel non avermi preso sul serio. Molti non hanno mostrato il rispetto che io ho mostrato loro. Molti altri mi hanno etichettato dopo le prime parole sentite, che magari erano dei miei primi anni di pratica, prima del 2010, senza più cambiare idea. Ma di queste persone  io non mi posso più occupare. E se anche non avevano nessun dovere di rispettare le mie aspettative, avevano a mio avviso il dovere di rispettare una legge morale che questa pratica chiedeva. Vorrei dire che sono persone ( ricordo che la parola persona significa maschera,  quella usata dai romani negli spettacoli teatrali, caratterizzata da tratti del viso esagerati e da un buco per la bocca per far uscire bene la voce, da qui per-sonare, suonare attraverso ) che fanno quello che possono con quello che hanno. Ma sento invece che molte siano state e siano tuttora troppo inerti, fiacche, per guardarsi allo specchio e farsi ogni giorno un'esame di coscienza. Sono persone tutte diverse, ognuna con la sua visione della pratica. Alcune più appassionate, altre meno. Non posso più occuparmi di tutto questo.
Se dovessi riassumere tutti i problemi della vita credo che lo farei citando il mio passaggio preferito del Libro Del Nulla, di Sosan:

"La lotta fra ciò che uno vuole e ciò che non vuole è la malattia della mente."

In questo, davvero, si condensa tutta la pratica interiore degli ultimi anni. Comunque la sporcizia mentale si può bruciare in parte correndo o pedalando.

Soffro la bicicletta. Soffro terribilmente la corsa. Il culo mi fa male pedalando. Le mani iniziano a informicolarsi. Da luglio tutta la gamba destra si intorpidisce, quando vado in bici. Ho letto che questa condizione si chiama parestesia. Quando corro mi sembra di stare per vomitare a cagarmi addosso contemporaneamente. Zona 4.
Tutto questo è stato per me come uscire di casa pensando di fare una passeggiata, alzare gli occhi al cielo e vedere sopra di sé una grande nube nera, una nuvola temporalesca. E decidere di correrci incontro invece di rientrare in casa, mentre inizia a piovere.

Certe volte succede qualcosa:
durante un rettilineo in bici dove posso smettere un attimo di spingere sui pedali, o mentre corro in salita. Il ritmo rallenta per la pendenza, gli occhi quasi si chiudono. Per qualche istante sono come sospeso, leggero. Mi sento profondamente in pace. Non so ancora definirlo meglio di così.
Quando corro in montagna, dove incontro meno persone, sono allo stesso tempo più sereno e più preoccupato. Poichè sono lontano dal rumore della città, ma sono solo. Se mi si dovesse bloccare il ginocchio in montagna dovrei cavarmela senza aiuti. 
Questo mi costringe a muovermi con estrema attenzione ad ogni passo, un altro tassello della pratica dura e meditativa. 
So di avere ancora pochissima esperienza, ma sento.
Quando corro in montagna sto iniziando a sentirmi grato. Ogni volta che il dolore al ginocchio, ai muscoli o ai polmoni si fa troppo forte, quando aumenta la pendenza, quando il terreno si fa più accidentato...ogni sasso e ogni tornante è una voce che sento distintamente e che mi invita fermarmi. Dio, anche solo a rallentare un pò, vedrai che poi ti sentirai meglio. E riuscire a ignorare quelle tentazioni significa dare fiducia ai veri testimoni di quello che sto facendo: i piedi che continuano a muoversi e il terreno scorrere sotto di me. Ogni passo è una scelta, un deliberare. Un'impresa matura e responsabile. E che ha un sapore di quello che per me significa, forse, essere forte.





Corro in strada e in montagna.
La strada è dura, rigida, risponde secca sotto le scarpe. Scorre veloce ma ha una voce piatta, urla in discesa e sussurra in salita.
 La terra, quella che Primo Levi chiamava l'Urstoff, la sostanza primigenia, è viva. Scorre diversa a ogni passo, con i suoi sassi, la ghiaia, l'humus morbido  o le radici nascoste sotto le foglie. Della sua voce non oso ancora parlarne.
Tutto questo per me non è meno parkour del superare muretti. E non sono breaking più piccoli di quelli già fatti. 


Libertà?


E ora? Non so cosa succederà da qui in avanti, ma tutto questo mi ha fatto svegliare un giorno con una frase in testa: è ora che Ghost muoia. Il personaggio, la maschera, e quello che rappresentava. Quel soprannome viene inevitabilmente legato a tutta una serie di modi di fare, di dire, di pormi con gli altri, e molti di essi sono negativi. Non mi illudo di aver cambiato carattere. Sono sempre io. Sempre uno stronzo. Però è ora che rimanga soprattutto Danilo. E che le persone vedano quello che resta quando Ghost và via. Col suo carico di aspettative e di delusioni e di parkour. Mi piace pensare che mi sia servito, per molti anni. Ma anche che sia arrivata l'ora di lasciarlo andare nella corrente. Probabilmente mi resterà appiccicato addosso ancora per un pò, come Blane e Gato. Ma il tempo li sta già sfumando, mano a mano che le nuove generazioni di praticanti compaiono e le vecchie spariscono. Mi sembra di essermi tolto un vestito che iniziava a starmi stretto. Mi sento un pò un più libero.

  





































sabato 9 maggio 2026

Venti primavere, mille temporali

 Come è cambiato il parkour


"War has changed"- Solid Snake

Questa non è una autobiografia e neanche una celebrazione. E' il diario di bordo di questo viaggio.

Il parkour in questi 20 anni è molto cambiato, e con esso anche io. Per descrivere come è cambiato, prima sarebbe necessario definire cosa sia l'ADD/parkour ( come sempre uso i due termini fluidamente): e qui arriva il primo problema. 
Tempo fa vidi un documentario a Lisbona nel quale intervistavano i più grandi esperti al mondo di Fado, uomini e donne che amano con ardore quell'arte e alla quale si sono dedicati tutta la vita. Alla domanda: "che cos'e' il Fado?" il loro sguardo si perdeva nel mare della loro esperienza e tutto quello che sapevano rispondere era:
"io non lo so".
Io non lo so che cosa è il parkour, anche se è quello che ho fatto per gran parte della mia vita. Non mi accontento più delle solite risposte date in modalità playback per spiegarlo ai non addetti ai lavori. E quindi come faccio a descrivere il cambiamento di qualcosa che non so definire bene? Io so, anzi io sento che è un modo di vivere il rapporto con il proprio corpo, con l'ambiente e con gli altri nel quale viene richiesta una mente curiosa, insaziabile e forse un pò irrequieta. Almeno per me è così. E come è cambiata questa disciplina in questi 20 anni? 
Non è più  ( o lo è meno) un fenomeno che viene dal basso, alimentato da una fiamma interiore e sviluppato da una testarda ricerca personale. Non è neanche più qualcosa che veniva influenzato dalle ideologie (motivi su cui io e i miei compagni discutevamo per ore). 

In parte è popolato da atleti professionisti in cerca di premi e visibilità sui social, o di corsisti che pagano per farsi insegnare delle tecniche e che non hanno voglia di brancolare nel buio cercando da soli la propria strada verso la luce. Ovviamente non vale per tutti, non sto generalizzando. Ma parlo del trend degli ultimi anni nato insieme ai social media veloci come Instagram e Tik Tok. Questi mezzi di comunicazione sono cambiati enormemente rispetto al passato. Se una volta c'erano documentari su youtube che duravano due ore, oggi la soglia di attenzione è di 15 secondi, con tutte le conseguenze sulla profondità di contenuti che potete immaginare. 
Come ha scritto un amico: se scoprissi oggi questa pratica non credo che la coltiverei.

Quando mi capita di guardare del parkour sui social mi viene in mente il saggio di Baudrillard "Simulacri e simulazione" ( già, proprio il libro in cui Neo nasconde i dischetti all'inizio del film Matrix). I salti giganti, il nascondere quasi sempre tutta la preparazione e gli anni di lavoro che ci sono dietro facendo credere a chi guarda ( ma senza dirlo esplicitamente) che possano essere fatti con facilità sono proprio i simulacri di cui parla Baudrillard. 

Ma in parte è popolato anche da molti praticanti, donne e uomini coraggiosi che con ostinazione percorrono la loro strada fatta di una pratica lenta, consistente, che ha in un orizzonte molto lontano e incerto la propria meta e che quindi è necessariamente fatta di azioni meno sgargianti. Io mi ritengo uno di quelli. Un praticante dal bagaglio tecnico mediocre, senza doni genetici ma maledettamente testardo. Tutto qua. 

Le pratiche cambiano, è sempre stato così. Il freeclimbing, lo skate, la breakdance e tutte le discipline post moderne sono fluide e in evoluzione. E per fortuna che è così. Non sono un nostalgico del passato e non credo che la pratica di prima fosse migliore. Non più almeno. Vivo il mio tempo e osservo quanto il livello tecnico sia spaventosamente più alto di una volta, anche se non mi emoziona minimamente. Io cerco altro. Io sono una di quelle talpe che scava e mi emoziono quando incontro altri tunnel di gente che sta scavando insieme a me.






Alla ricerca di una poetica nel parkour

Molta acqua è passata sotto questo ponte. Questo viaggio non è stato fin'ora solo un susseguirsi di salti in luoghi diversi del mondo o della mia città. Non sarebbe corretto nei confronti del parkour ridurlo a questo. A un hobby, a un'attività ricreativa. Ho trovato nel parkour/ADD un DO, una via nel senso marziale del termine. Ho capito che sarebbe stato questo già dopo poco tempo dall'inizio. Ma per molti anni ho interpretato questa via marziale come una strada costellata di obiettivi da raggiungere uno dopo l'altro. Tanti piccoli traguardi, fossero essi fisici o tecnici. Rappresentati da numeri, ripetizioni, distanze, altezze, tempi, chili. 

Poi ci fu una lunga fase di smarrimento, nella quale continuai ad allenarmi mentre vedevo l'identificazione a questi obiettivi perdere via via di importanza senza però avere dei riferimenti al di sotto di essi. Se essere forti abbastanza da sollevare tot chili, fare questo o quel salto, raggiungere quel punto, fare tot ripetizioni non era lo scopo, allora quale avrebbe dovuto essere il motore che spinge la mia pratica? E quale il senso della pratica tutta? A quell'epoca continuai ad allenarmi e a scrivere iniziando a intravedere qualcosa, oltre la nebbia. Iniziai a capire che il confronto con gli altri e specialmente con i miei amici praticanti aveva poco senso. Ma togliendo anche quel riferimento, cosa sarebbe rimasto a certificare le mie capacità, senza paragoni?  Eppure non potei evitare di allontanarmi da loro. Si era creata una distanza tra le nostre visioni e io non conoscevo mezze misure, a quel tempo. Per certi versi non le tollero neanche ora. 

Arrivò ADAPT 2, lo standard. Scelsi la strada più difficile e mi allenai seguendo la tabella del primo adapt 2, quello che fece Gato, il mortal kombat.  Mi allenai duramente con degli obiettivi, li raggiunsi e superai l'esame. E cosa dimostrava questo? Era qualcosa, ma sentivo dentro di me un vuoto da colmare.  

Lentamente si è fatto strada in me.. qualcosa. Non so se chiamarla una tendenza o un bisogno. Ma ho iniziato a sentire una chiamata. Qualcosa che da lontano mi chiamava ad essere, più che a fare. Il sussurro di una voce lontana che iniziava a dire che non c'era più tempo da perdere nel praticare una pratica che non era la mia. Nel parlare in un certo modo "perchè ho sempre fatto così",  nel fare parkour in un certo modo "perchè il parkour è questo". Soprattutto nel dar voce alla rabbia che ho coltivato fin da bambino. E così, dopo l'innamoramento candido ma cieco verso quello che chiamavo Zen, mi sono riavvicinato alla pratica buddhista con un approccio più adulto. Informale, eterodosso.  Parlandone meno e a praticando di più. Ho iniziato a leggere i testi cercando di  capirne almeno il messaggio più pratico da portarsi a casa, i concetti chiave, qualcosa che mi potesse essere utile qui ed ora, che potesse darmi strumenti di azione. Mi sono preso il tempo, nelle sessioni di Zazen  la sera davanti a un muro bianco o nelle lunghi notti solitarie nel bosco, davanti al fuoco, per chiedermi chi sono davvero. Cosa voglio davvero. Oltre la maschera del personaggio chiamato Ghost.


La mano sulla spalla  delle quattro nobili verità

 In quella lunga notte  e in questi ultimi anni penso che l'aver letto spesso dei princìpi fondanti del Buddhismo sia stato un sassolino lanciato in un lago immobile. All'inizio solo un piccolo tonfo. Poi piccolissime ondine che si espandono sulla superficie dell'acqua. E si espandono fino a lambire tutte le rive del mio mondo interiore, ogni aspetto della vita.  Una mano sulla spalla delicata e due occhi che ti guardano con affetto e che ti dicono, senza mentirti: "Amico mio, questa bellezza e questo dolore sono la stessa cosa. A cosa ti stai attaccando disperatamente, pur di far finta che non sia vero?" Ho sentito di avvicinarmi finalmente al me stesso che stava oltre il guscio  di protezione costruito in una vita.  Credo che l'aver iniziato a interrogarmi seriamente sulle quattro nobili verità del Buddhismo  mi abbia gentilmente costretto a fare anche i conti con le paure, col silenzio di amici e familiari perduti. Anche percorrere il cammino di Santiago in quel periodo mi ha messo di fronte a stanze buie dentro di me che non volevo aprire e con le quali era ora di iniziare a fare i conti. Non so bene perchè , ma se una volta avrei affrontato il dolore coi pugni stretti e dando testate, ora quando arriva ( e nelle nostre vite arriva sempre) sento che è più giusto affrontarlo con tenerezza. E con la tenerezza  ha iniziato a sorgere un pò di affetto verso me stesso. Con l'affetto verso me stesso  è iniziato a cambiare anche il modo in cui insegno parkour, e ho capito quanto fosse importante per me poter aiutare gli altri mentre mi sdebitavo per tutto quello che la pratica ha fatto per me.  E di conseguenza ho potuto iniziare ad ascoltare quella chiamata.

La chiamata di quella voce si è fatta via via più presente, più costante nella quotidianità. In alcuni momenti di certi trekking o di certi allenamenti, per pochi istanti, ho vissuto dei momenti di vera bellezza e di vera presenza nel momento. E difficile da spiegare perchè se da una parte quei momenti sembrano delle rivelazioni spirituali trascendentali, dall'altra sapevo che non erano altro che l'aver aperto, per un attimo, il cuore e gli occhi alla realtà e alla sua bellezza. E niente di più. Davvero.  Ma cos'era quella voce? 

Negli ultimi due anni, almeno, sono rimasto in ascolto per essere sicuro di non averla fraintesa. E penso di aver capito cosa mi dica e da dove provenga quella chiamata. Chiamata che altro non è che la mia voglia di essere me stesso e di fare quello che il mio cuore mi chiede di fare. Tutto qua. 


Pensavo di cercare la prestazione, invece cercavo la bellezza. Cercavo la poesia Ci sono stati dei momenti, allenandomi o allenando altri, nei quali sono stato incantato dalla bellezza dell'essere lì, dell'idea stessa che degli umani vogliano conoscersi intimamente e migliorare sè stessi. E che usino come strumento per conoscere sè stessi il saltare da un punto a un altro con controllo, eleganza e riempiendo un vuoto tra due superfici del pianeta. Che si mettano alla prova affrontando la paura di ferirsi o di morire,  che spingano i propri limiti mentali e fisici solo un metro più in là. Solo per vedere se si può. E ho trovato in questo una bellezza che si concilia con l'estetica della poesia occidentale e con quella estetica orientale e buddhista che mescola impermanenza e commozione. Perchè commuoversi per una bellezza che durerà un solo istante, come una foglia autunnale che cade?  Perchè emozionarsi per l'idea che col mio corpo riesca e colmare un vuoto tra due tetti, quando fra qualche decennio questo corpo sarà  polvere e nessuno si ricorderà delle nostre imprese?

Ecco. 

Ho trovato in questo apparente paradosso la mia poetica della pratica, i colori ad olio con cui dipingere questa vita e questa disciplina. 

Ho imparato, come Sisifo di Camus, la libertà nonostante quel maledetto masso, dopo aver intrapreso la rivolta.

Come forse avrai intuito, l'ADD/parkour è solo un mezzo per raggiungere qualcosa che si potrebbe raggiungere anche senza salti. L'arte del disporre i fiori, di cuocere il riso o di pulire cessi sono possibili espressioni della stessa arte ed epica. La stessa dell'alpinismo. Io voglio fare il manpower per scoprire che il manpower non è altro che un vuoto tra due superfici che si colma in qualche frazione di secondo in aria. Ma devo farlo, per capirlo a un livello che non sia solo teorico. Sono ancora in mezzo all'odissea e non posso dire cosa troverò tornando a Itaca, ma ci voglio arrivare. Questo per dire che sento di essere lontano dalla realizzazione, ammesso che ne esista una.  Persino il Buddha non perse le sue cicatrici, una volta raggiunto il Nirvana. Quindi probabilmente c'e' solo da farsi una gran risata, dopo essermi preso così sul serio.

 EPPURE

eppure questa chiamata, questa voce che allunga le braccia verso di me come una sirena, ha prodotto anche un cambiamento reale del mio parkour. Nel momento in cui sto scrivendo questo post ho 37 anni e a parte l'infortunio di gennaio '26  non ho mai saltato così bene. Sono sicuro, sento con certezza che è l'aver abbandonato alcuni attaccamenti che mi ha permesso di migliorare e di lasciarmi alle spalle alcuni dei maggiori ostacoli.  Paradossalmente, ora che mi interessa sempre meno essere performante , lo sono sempre di più. Ho meno paura delle altezze. Sblocco/apro/rompo salti in una frazione del tempo che impiegavo prima. A volte e sempre più di frequente li apro al primo colpo, se ho la possibilità di concentrarmi per qualche secondo. Una cosa mai successa prima. Vedo e faccio, talvolta. Pur essendo sempre consapevole delle conseguente di una caduta in certi salti, soprattutto ora che non ho più 16 anni, vivo la paura come un dialogo. So quando è il caso di dire di no, e il farlo mi fa sentire in pace con me stesso, al contrario del tempo della rabbia e dei pugni stretti davanti al masso cieco e sordo che era un salto.  



Com'e' cambiato il mio allenamento?

svolgendo tre lavori diversi il tempo per allenarmi si è ridotto molto, ma invece di farne un problema, questo ostacolo mi ha condotto quasi automaticamente a cambiare il mio approccio alla pratica. 

-Le mie sessioni di allenamento ora sono divise in modo più netto tra tecnica e condizionamento fisico, pur non disprezzando, ogni tanto, una sessione lunga alla vecchia maniera, con il condizionamento fisico prima della parte tecnica, tanto per non perdere l'abitudine a mantenere alta la qualità da stanco;

-Le sessioni tecniche hanno quasi sempre degli obiettivi, anche se piccoli. In questo modo non perdo tempo saltando a caso ma lavoro su qualcosa di specifico. Di solito lacune tecniche da colmare, salti singoli in sospeso da tempo o temi, come i percorsi, la velocità , il flow e cosi via.

-Le sessioni di condizionamento fisico vanno ora verso obiettivi specifici, siano essi di forza, di resistenza o verso lo sviluppo di qualche skill. Il condizionamento fisico è diventato un po' più organico, anche se non quanto dovrei.  Dopo una vita di allenamento per un fitness generale ora mi concentro su obiettivi specifici, ma senza impazzire e senza fretta 

-Le sessioni brevi che posso permettermi in settimana possono consistere anche su qualità che si, richiedono attenzione ma non la massima concentrazione possibile, essendo stanco dopo il lavoro. Quelle nel we possono includere vecchi e nuovi breaking jumps, fare le cose con calma, inserire della pratica interna, cazzeggiare negli spot ed esplorare.
Ogni volta che ho una giornata stressante e ho la possibilità di fare anche solo un pò di equilibrio o di movimento alla sbarra mi rendo conto di quanto il parkour sia medicina, per me. Quindi a volte esco solo per rilassarmi muovendomi, senza alcuno scopo oltre al muovermi per muovermi, per il gusto di ripetere tecniche automatizzate a cervello spento.

-Nei ritagli di tempo veramente limitato vado a correre, anche solo per meritarmi la doccia.  Mi rilassa e  trovo la corsa un' attività meditativa;

L' insegnamento

Un'altra cosa essenziale che ho trovato, dopo aver insegnato per 12 anni, è che il parkour si può imparare ma non si può insegnare.
prima di andarvene arrabbiati per questo apparente paradosso cerco di spiegarmi.
Ho fatto delle scelte personali e in quanto personali possono essere condivisibili oppure no, ma sono le scelte che ho operato dopo molto tempo passato a rifletterci su e a lavorare. Scelte che ora metto in lista e che poi descriverò.
  • Ho scelto di non insegnare più ai bambini
  • Ho ammorbidito in parte il modo di insegnare agli adulti
  • Il parkour è per tutti, ma non tutti sono per il parkour
  • Ho capito che il parkour si può imparare ma non si può insegnare

Il primo punto è il più semplice da spiegare, per me. Sarò onesto e non lo farcirò di troppa filosofia. Adoro condividere la mia esperienza con le persone che vogliono imparare questa disciplina, ma io non sono mai riuscita a viverla come un gioco, sebbene negli ultimi anni riesca a viverla con più leggerezza. Questo a un certo punto mi ha fatto credere che il parkour fosse una cosa da grandi. Troppo profondo per essere trasmesso a una banda di cosini urlanti e infantili che vogliono solo giocare. Poi ho capito che il parkour può essere uno strumento potentissimo per la crescita dei piccoli. Può far crescere la fiducia in sè stessi, la responsabilità, le capacità fisiche per giocare con maggiore sicurezza e migliora le capacità sociali. Quindi non dovevo raccontare a me stesso balle sulla profondità della disciplina e sull'incapacità dei bambini di apprezzarla. Quando finivo di fare il mio corso bambini ero consumato, a volte svuotato di energia ed entusiasmo. Poi ho capito che io non sono portato. Non ho nè la vocazione nè il talento. Ma soprattutto i bambini non mi piacciono. Per niente. E così, almeno per adesso, fine di questo capitolo. Io sono fatto per lavorare con adolescenti e adulti. 

Sono stato accusato di avere un approccio elitario e non democratico all'insegnamento. Un approccio duro. Eppure sento di aver ammorbidito molto il mio approccio alla pratica. Aver iniziato ad essere più gentile con me stesso mi ha portato inevitabilmente ad esserlo anche con i miei corsisti e con chi partecipa a un mio workshop, cosa di cui ho chiesto anche conferma a chi alleno da tanti anni e ha potuto osservare tutto il processo di cambiamento. Certo, quando ci si allena ci si allena. Si fa sul serio e ci si deve confrontare seriamente con la propria debolezza fisica e mentale, con la propria paura. Altrimenti si perde certamente il lignaggio di una disciplina che chiede tanto ma che dà anche tanto a chi si impegna. Non è un gioco, quando si affronta un breaking jump potenzialmente fatale o una sfida fisica che si è decisi di iniziare. Però questo nel rispetto della della persona, che è unica e alla quale va cucito su misura l'approccio da adottare. Qui sta la differenza tra inclusività ed equità. Chiedetemi di persona quando ci incontreremo, in cosa consiste questa differenza.

Evry, 2015



Non ho mai escluso nessuno dal mio corso, ma più volte ne ho cacciati da un allenamento in particolare. Vige per me un codice morale minimo che riguarda prima l'educazione/rispetto e poi le regole del parkour, e chi non riesce a rispettarle viene prima avvisato, poi invitato a non venire quella volta, e solo successivamente, se non dovesse aver capito come funziona il gioco e le sue regole, invitato a riflettere se il mio corso è il più adatto a quella persona o se forse ha bisogno di un approccio diverso, che altri insegnanti possono offrire. Non ritengo che il mio approccio sia il migliore. E' solo il mio.  Si arriva puntuali, quando si può. Si rispetta il proprio corpo, i compagni di allenamento e il proprio insegnante.
In ascolto delle proprie condizioni psico fisiche si fa quello che si riesce senza sottrarsi per pigrizia. E i breaking jump che propongo almeno si guardano, prima di valutarli. Come si assaggia un piatto nuovo prima di poter dire se ci piace o no. Senza giudicare a priori. 

Infine il parkour si può imparare, ma non si può insegnare. 
Io non insegno. Io sono solo uno che ha fatto molta esperienza facendo molti errori. Non intendo risparmiare le persone che si allenano con me dai loro. Non li imbocco. Non li coccolo, non faccio tutorial e non indico scorciatoie. E soprattutto non ho più la pretesa di accendere in loro il fuoco della pratica. Ho capito che non è possibile. Un buon insegnante può solo, se è vero maestro,  soffiare su delle braci già presenti o alimentare con cura e amore la fiamma che ognuno ha in sè. Per fare questo però non si deve rendere la vita facile alle persone. Non alleno in palestra. Niente luce, niente riscaldamento.  Il corso non è sospeso se piove. Se mi chiedi se è possibile morire sbagliando il salto ti dico di si, e lo dirò sempre. Lo spotting te lo faccio il meno possibile. Se hai un bastone te ne do uno. Se non ce l'hai ti tolgo anche quello che non hai. 

Microavventure


Sul cammino di Santiago di notte '19 


Nonostante l'infortunio ( o forse anche grazie ad esso) trovo sempre più divertente sfruttare le capacità apprese per fare anche altre attività. Il parkour per me non ha senso se esiste solo nella sua stessa dimensione, fine a sè stesso. Ho chiamato questo genere di attività Microavventure  (potete trovarne diverse di cui ho scritto qui, inserendo la parola "microavventure" nella stringa di ricerca o cercando per etichette), ovvero attività brevi o medie  che includano sorprese, fatica, un pò di paura ed esperienze da ricordare. Ultimamente, dopo aver fatto la prima ferrata aperta in provincia di Varese (questa) ho appena fatto anche quella sul lago Maggiore, sempre slegato.










Ma anche i trekking sempre più lunghi in solitaria e in autonomia. Ho ancora poca esperienza ma sto iniziando ad accumulare qualche migliaio di km nelle gambe.
Islanda '23


 
Talvolta, nella ricerca di sfide sempre nuove da fare in solitudine, immagino cose impossibili e poi mi chiedo quali variabili devo modificare per renderle prima possibili, poi sostenibili (ad esempio ora devo valutare l'impossibilità di droppare dalle altezze in caso di errore) e poi divertenti. Ho provato ad arrampicarmi su un albero tenendo il piede del ginocchio infortunato dentro  il pantalone, in maniera da non poter usare la gamba nella salita. Ho esplorato il ponteggio di un condominio muovendomi in assoluto silenzio per non allertare gli abitanti. Ho acceso il fuoco, durante una delle mie notti nel bosco usando un solo fiammifero. Altre due volte non ci sono riuscito e per quelle sere non ho fatto il fuoco. Ora ne ho molte altre in mente che scriverò più avanti.



2006



  
2016



2026








La grande balena bianca

Questo capitolo è ancora da scrivere. E' il masso di Sisifo. E' il viaggio di Ulisse per tornare a casa. E' la ricerca della balena. La balena che esisteva prima di noi, esiste insieme a noi. Forse esisterà dopo di noi. A lei inevitabilmente torniamo. Avanziamo, cercando, come Achab. Sarà forse, spero, l'abisso che non inghiotte ma educa.