sabato 19 settembre 2026

Ghost è morto, io no.

E' settembre. Sono passati nove mesi dal mio infortunio. Quasi un anno sospeso, senza sapere se potrò ancora saltare. Al contempo ho 37 anni. Prima di scrivere le mie riflessioni sulle attuali circostanze descriverò brevemente cosa è successo. 
A gennaio , durante un frontflip, ho iperesteso il ginocchio rompendo un menisco già non sanissimo. Da quel momento per diversi mesi ho avuto alti e bassi, momenti in cui sembrava migliorasse ed altri in cui il ginocchio si bloccava dolorosamente, costringendomi a lunghe attese al pronto soccorso per poi ottenere ancora più dolorose manovre per sbloccarlo.
 Così nei mesi successivi, con l'avvicinarsi della primavera ho passato molte ore in un calisthenic park a fare esercizi per riconquistare, millimetro dopo millimetro, la mobilità perduta, in attesa di notizie. 
E' arrivata l'estate e con essa ho scoperto di poter pedalare e un pochino correre. Entusiasmato dalla sensazione ho provato a fare un allenamento di parkour. Ma dopo qualche scavalcamento il ginocchio ha subìto una torsione facendo uscire e sporgere il menisco, che ho dovuto rimettere in sede con dei colpetti. Quello è stato il segnale che era il momento di contattare l'ennesimo ortopedico, sperando in un'opinione diversa da quella datami dai due precedenti che era qualcosa del tipo " Lei riesce a camminare, quindi non serve operarla. Fine della questione".
Attualmente sto aspettando una chiamata per l'operazione di rimozione della porzione lesionata del menisco. Il che significa che se davvero mi opereranno prima della fine dell'anno dovrei avere un recupero molto rapido, ma altrettanto rapidamente l'artrosi verrà a bussare alla mia porta, un giorno.
 Riprendendo le parole di Nami, questa situazione è un pò come un lutto. E' un dover abbandonare una parte di me, quella che aveva delle aspettative per quest'anno, ma anche che credeva di essere molto forte e stoica. 
Ho dei sogni, che ora sono sospesi. Ma nel frattempo la pratica non si è interrotta. Non si interromperebbe neanche se non avessi più le gambe, figurati per uno stupido menisco ballerino. 
In questi mesi passati seduto a fare esercizi con un elastico o appeso a una sbarra a fare trazioni ho avuto tempo per pensare a un tema a me caro. La comunità dei praticanti ( vedi il post Sangha ) e il mio rapporto con essa. Anche in relazione a questo infortunio.






La comunità solida


Per anni ho pensato alla comunità come a questa grande entità che sommava in sé tutte le virtù di tutti i praticanti, dai grandi fondatori all'ultimo corsista nato ieri. Una sorta di essere incorporeo che mi osservava e giudicava la mia pratica e il mio comportamento secondo il suo rigido codice morale (vi ricorda qualcosa?) Questo pensiero mi dava conforto, perchè in esso potevo rifugiarmi e potevo giudicare a mia volta gli altri secondo il mio/suo codice morale, proprio come un fanatico religioso. Ho passato troppo tempo sui social. Ho osservato competizioni, insegnanti improvvisati, influencer, content di parkour, televenditori che trattano i corsi come un soggetto di marketing. E se prima mi sono limitato a pensare che la comunità fosse morta, (la comunità dei fondatori, quella del Lario, di Gato, dei raduni di una volta, del potenziamento tutti insieme fino all'ultimo) ora ho realizzato che la comunità come ente autoconsistente non esiste.
La comunità è fatta da singoli individui. Ognuno con i suoi vizi e le sue virtù. E' fatta da umani, fallibili, brutti e belli e giusti e sbagliati tutto insieme, esattamente come me.
Anche l'aver chiuso i rapporti con quasi tutti i praticanti con i quali sono cresciuto e coi quali ho combattuto mille battaglie mi ha permesso, tutto sommato, di tornare un pò a certi periodi della mia vita e anche all'inizio della pratica, quando la ricerca e gli allenamenti erano solitari. Diventando adulti si abbandonano certi attaccamenti ma si diventa anche più rigidi nelle proprie convinzioni. Ognuno così prende la propria strada, che non sempre coincide con quella delle persone a cui si è voluto bene. Ho potuto vedere quanto io stesso fossi attaccato al concetto di comunità e ancora di più di quanto avessi delegato a questo concetto molta della mia serenità. Mi spiego meglio: per molto tempo ho creduto di dovermi allenare da solo, per non dover contare su nessuno nell'affrontare la mia paura ( cosa più facile, quando mi allenavo in gruppo). Poi ho scoperto l'enorme potenziale del sentirsi parte di un gruppo, dello spingersi a vicenda e crescere insieme. E così, anno dopo anno, raduno dopo raduno pensavo di aver trovato finalmente una famiglia. Poi ho rovinato quasi tutte queste profonde amicizie. E sono tornato a muovermi quasi sempre da solo, a parte la compagnia di poche, belle persone che hanno la pazienza di sopportare il mio brutto carattere. Ho pagato il prezzo salato del mio carattere con l'allontanamento di vecchi amici considerando sempre prima le mie, di responsabilità. Troppo facile rintanarsi nel vittimismo di quelle degli altri.


"Non c'e' uomo, per quanto saggio, che in un certo periodo della sua giovinezza non abbia pronunciato parole o addirittura condotto una vita il cui ricordo gli risulti sgradevole e che vorrebbe poter cancellare. Ma non deve assolutamente rammaricarsene. Perchè non può nutrire alcuna certezza di essere diventato saggio, nella misura in cui ciò è possibile, se non è passato attraverso tutte le incarnazioni odiose o ridicole che devono precedere quest'ultima incarnazione".

Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore




La comunità trasparente


Poi a gennaio c'e' stato l'infortunio. Ho passato settimane e poi mesi ad aspettare messaggi, auguri, preoccupazione da parte di tutte quelle persone che dichiaravano stima e rispetto. Niente. Tutti spariti. Dopo alcune settimane di piagnucoloso risentimento per questa (non dovuta) mancanza di attenzioni mi sono fermato a pensare. Dopo mesi ho iniziato a capire quanto mi sia servito essere dimenticato. Ho avuto l'occasione di prendere le distanze dalla scena, di sparire dai raduni, dai workshop, dal desiderio di mostrare gli ultimi salti fatti o la compilation che ogni tot mesi montavo per instagram. Non potevo e non posso attualmente saltare nè fare qualunque movimento di torsione del ginocchio, quindi nessun tipo di parkour. Ho cominciato a riappropriarmi della solitudine dei primi anni di pratica, nei parchetti in cui vado a fare i miei esercizi di riabilitazione. Ma ancora con del livore verso la comunità. Il mio piagnucoloso vittimismo tornava in superficie. Ma ora avevo finalmente i mezzi per affrontarlo faccia a faccia.










Oltre lo specchio della comunità



Poi qualcosa è cambiato. Ho sostituito la mia vecchia bicicletta con una più leggera e performante. E ho scoperto di poter pedalare con un dolore limitato.
Ho scoperto di poter praticare senza superare ostacoli fisici. Ho iniziato a pedalare con lo stesso approccio della mia pratica di ADD. Sempre di più. Più a lungo, più forte. E poi ho scoperto di poter correre. Prima pochissimo, a causa del ginocchio, poi lentamente anche quelle strutture hanno dovuto piegarsi alla volontà e si sono un pò adattate. Ora pratico parkour correndo e pedalando. Entrambe le discipline richiedano che la bocca venga tenuta chiusa. Due azioni faticosissime e insieme meditative. Ho bruciato la mia rabbia la notte pedalando, o al tramonto correndo per tutta l'estate per non arrendermi al caldo soffocante.
Ho compreso così che le persone della cosiddetta comunità non hanno colpe. O MEGLIO: molti hanno le loro responsabilità nell'avermi escluso, nel non avermi preso sul serio. Molti non hanno mostrato il rispetto che io ho mostrato loro. Molti altri mi hanno etichettato dopo le prime parole sentite, che magari erano dei miei primi anni di pratica, prima del 2010, senza più cambiare idea. Ma di queste persone  io non mi posso più occupare. E se anche non avevano nessun dovere di rispettare le mie aspettative, avevano a mio avviso il dovere di rispettare una legge morale che questa pratica chiedeva. Vorrei dire che sono persone ( ricordo che la parola persona significa maschera,  quella usata dai romani negli spettacoli teatrali, caratterizzata da tratti del viso esagerati e da un buco per la bocca per far uscire bene la voce, da qui per-sonare, suonare attraverso ) che fanno quello che possono con quello che hanno. Ma sento invece che molte siano state e siano tuttora troppo inerti, fiacche, per guardarsi allo specchio e farsi ogni giorno un'esame di coscienza. Sono persone tutte diverse, ognuna con la sua visione della pratica. Alcune più appassionate, altre meno. Non posso più occuparmi di tutto questo.
Se dovessi riassumere tutti i problemi della vita credo che lo farei citando il mio passaggio preferito del Libro Del Nulla, di Sosan:

"La lotta fra ciò che uno vuole e ciò che non vuole è la malattia della mente."

In questo, davvero, si condensa tutta la pratica interiore degli ultimi anni. Comunque la sporcizia mentale si può bruciare in parte correndo o pedalando.

Soffro la bicicletta. Soffro terribilmente la corsa. Il culo mi fa male pedalando. Le mani iniziano a informicolarsi. Da luglio tutta la gamba destra si intorpidisce, quando vado in bici. Ho letto che questa condizione si chiama parestesia. Quando corro mi sembra di stare per vomitare a cagarmi addosso contemporaneamente. Zona 4.
Tutto questo è stato per me come uscire di casa pensando di fare una passeggiata, alzare gli occhi al cielo e vedere sopra di sé una grande nube nera, una nuvola temporalesca. E decidere di correrci incontro invece di rientrare in casa, mentre inizia a piovere.

Certe volte succede qualcosa:
durante un rettilineo in bici dove posso smettere un attimo di spingere sui pedali, o mentre corro in salita. Il ritmo rallenta per la pendenza, gli occhi quasi si chiudono. Per qualche istante sono come sospeso, leggero. Mi sento profondamente in pace. Non so ancora definirlo meglio di così.
Quando corro in montagna, dove incontro meno persone, sono allo stesso tempo più sereno e più preoccupato. Poichè sono lontano dal rumore della città, ma sono solo. Se mi si dovesse bloccare il ginocchio in montagna dovrei cavarmela senza aiuti. 
Questo mi costringe a muovermi con estrema attenzione ad ogni passo, un altro tassello della pratica dura e meditativa. 
So di avere ancora pochissima esperienza, ma sento.
Quando corro in montagna sto iniziando a sentirmi grato. Ogni volta che il dolore al ginocchio, ai muscoli o ai polmoni si fa troppo forte, quando aumenta la pendenza, quando il terreno si fa più accidentato...ogni sasso e ogni tornante è una voce che sento distintamente e che mi invita fermarmi. Dio, anche solo a rallentare un pò, vedrai che poi ti sentirai meglio. E riuscire a ignorare quelle tentazioni significa dare fiducia ai veri testimoni di quello che sto facendo: i piedi che continuano a muoversi e il terreno scorrere sotto di me. Ogni passo è una scelta, un deliberare. Un'impresa matura e responsabile. E che ha un sapore di quello che per me significa, forse, essere forte.





Corro in strada e in montagna.
La strada è dura, rigida, risponde secca sotto le scarpe. Scorre veloce ma ha una voce piatta, urla in discesa e sussurra in salita.
 La terra, quella che Primo Levi chiamava l'Urstoff, la sostanza primigenia, è viva. Scorre diversa a ogni passo, con i suoi sassi, la ghiaia, l'humus morbido  o le radici nascoste sotto le foglie. Della sua voce non oso ancora parlarne.
Tutto questo per me non è meno parkour del superare muretti. E non sono breaking più piccoli di quelli già fatti. 


Libertà?


E ora? Non so cosa succederà da qui in avanti, ma tutto questo mi ha fatto svegliare un giorno con una frase in testa: è ora che Ghost muoia. Il personaggio, la maschera, e quello che rappresentava. Quel soprannome viene inevitabilmente legato a tutta una serie di modi di fare, di dire, di pormi con gli altri, e molti di essi sono negativi. Non mi illudo di aver cambiato carattere. Sono sempre io. Sempre uno stronzo. Però è ora che rimanga soprattutto Danilo. E che le persone vedano quello che resta quando Ghost và via. Col suo carico di aspettative e di delusioni e di parkour. Mi piace pensare che mi sia servito, per molti anni. Ma anche che sia arrivata l'ora di lasciarlo andare nella corrente. Probabilmente mi resterà appiccicato addosso ancora per un pò, come Blane e Gato. Ma il tempo li sta già sfumando, mano a mano che le nuove generazioni di praticanti compaiono e le vecchie spariscono. Mi sembra di essermi tolto un vestito che iniziava a starmi stretto. Mi sento un pò un più libero.