lunedì 23 maggio 2016

Ceresio (giro del lago di Lugano in bici)

Un altro lago in bici è andato, e dopo 4 anni dall'ultima pedalata decente mi serviva un buon giro per testare lo stato delle gambe. Non credendo di farlo in un giorno solo mi sono portato tenda sacco e materassino che hanno reso tutto molto più lento e pesante, facendomi soffrire. Panorami stupendi, strade tranquillissime ( la Svizzera, dalla quale sono uscito e rientrato in tutto 4 volte) è praticamente tutta una pista  ciclabile. Partito sabato mattina ho incontrato, Lugano a parte, pochissime auto.
Ho deciso di girarlo in senso orario cominciando da Ponte Tresa. 111 km in circa 10 ore comprese pause, foto, video, e il cambio di una camera d'aria causato dal surriscaldamento del cerchio per la pendenza davvero tosta dopo la dogana di Val Mara. 2430 m di dislivello complessivo. 


  Il lago costeggia splendidi paesini e giardini fioriti. La temperatura era perfetta tra le 7 e le 11 dopodichè diventa difficile pedalare sotto il sole.





               


























sabato 16 gennaio 2016

La montagna incantata


Ho fatto molte escursioni, esplorazioni, giri e ho vagato. Non mi reputo un esperto delle montagne, solo un silenzioso amante. E di solito non posto nulla delle mie escursioni perchè non credo sarebbero molto interessanti da leggere. Le montagne bisogna viverle. Ma questa è una montagna particolare per me. Il  monte Generoso ha un significato simbolico forte dal momento che è la prima che ricordo di aver visto nella vita, i primi giorni di scuola elementare. Al quarto piano di un edificio, passavo momenti che mi sembravano lunghi ore appoggiato alla finestra osservando, anzi immergendomi in profondità con gli occhi nel profilo a strisce di questo massiccio che al tramonto si accende, letteralmente.
Ho sempre desiderato insomma raggiungerla, ma tra una cosa e l'altra alla fine non l'ho mai fatto. Senza rendicontare troppo nel dettaglio, le cose particolari successe sono:
  • mi sono accorto una volta arrivato all'attacco di aver dimenticato il cappello, avevo solo la bandana leggera;
  • mi sono accorto anche di aver sbagliato posto dove lasciare l'auto rispetto alle  indicazioni che avevo cercato su internet, così ho camminato circa il doppio del previsto coprendo un dislivello di circa 1200 metri;
  •  salito dal sentiero, sceso dal binario del trenino a cremagliera che dal lago sale in cima in circa 40 minuti;
  • in cima ho cercato di scrivere qualcosa, poi di tirare fuori un pezzetto di legno per intagliarlo un poco, ma le mie mani si gonfiavano e gelavano troppo in fretta. Guardando ora il meteo la temperatura in cima (1704 mt)  era di -10 ma con il windchill quella percepita era meno 18.
Invece di chiacchierare ancora vi mostro qualche foto, comunque orribile e non rappresentativa del più ampio e limpido panorama che abbia mai visto!


Lago di Lugano, ( Melide)

Grgnetta e monte San Primo




Catena delle alpi occidentali. Le cime non si contano




verso sud-est:Milano, pianura padana, Lodi, Piacenza, Passo della bochetta di Genova ( si, Genova. aria limpidissima), appennini emiliani

Bellagio





Abbraccio





Milano


Grigna









A chi mi chiede "Perchè vai in montagna?" rispondo : "Se me lo chiedi non lo saprai mai" (Ed Viestrus)

domenica 11 ottobre 2015

Pellegrinaggio a Lisses-Evry 2015

Ho esitato a scrivere queste riflessioni perchè attendevo di sentire davvero di aver compreso il messaggio che mi è stato trasmesso. Questa sera mi piace credere di averlo capito. Grazie ad un precision che guardavo da diversi mesi.

Questo post tratta del viaggio che ho letteralmente sognato per anni, come molti di voi: il pellegrinaggio a Lisses ed Evry. E non racconterò tutti i particolari. E avviso che ballerò coi tempi verbali come faccio sempre quando parlo di esperienze passate. mettetevi il cuore in pace.

Primi due giorni a Lisses
Solo la mia fidata tisana può aiutarmi a radunare i pensieri e i numerosi ricordi. Ma partiamo.
Desio, ore 03:10 di una notte di agosto. Non sono riuscito a dormire e sul balcone di un condominio guardo le luci della città chiedendomi come sarà, cosa succederà, se riuscirò a fare quello che voglio. E chiedendomi, ora che sto finalmente partendo per il viaggio che sogno da anni che significato ha per me. Lascio perdere questi voli pindarici e ricontrollo lo zaino. Leggo, aspetto, bevo caffè, arrivano le 5 e si parte per Orio. Là trovo il primo della compagnia dei disperati dormire in aeroporto stringendo a sè il bagaglio a mano. Mi siedo vicino a lui e aspetto che si svegli. Poi arrivano  uno dopo l'altro gli altri. Attesa, stanchezza. Si parte.
Voli, attese, informazioni, bus, attese, informazioni, attese, cibo, domande, treni e bus. Dopo una giornata a vagare per Parigi arriviamo alla stazione di Evry.
Senza fiato riconosco subito dettagli visti migliaia di volta nei video su youtube. Dettagli insignificanti di sbarre che ricordavo ballassero da un video visto 6 anni prima, un drop in quell' angolo fatto da Vigroux, un kong di là fatto da David, e la cattedrale di Evry. Siamo davvero qua.
Troviamo davvero Yann ad allenarsi solo. Cioè troviamo dei tricipiti che parlano. Ma siamo troppo stanchi e dopo averlo salutato cerchiamo l'hotel. Doccia. Mi ricarico un attimo e poi andiamo in cerca della gloriosa signora, pensiamo che sia qui nei dintorni.


Compare da dietro la strada la cima poco prima del tramonto, prima la puntina, poi lentamente avvicinandoci ed entrando nel suo parco ecco davanti a noi la dolce signora.  Sono qua. 
Sono davvero qua? stento a crederci, ma non mi metto a saltare e a urlare dalla gioia. Resto silenzioso, mi sento un pò smarrito a trovarmi realmente qui e vedo che anche gli altri hanno sentimenti simili. Ci avviciniamo per vederla da vicino, per toccarla. Salgo subito fin dove riesco e la accarezzo. Può sembrare stupido nutrire tale rispetto e affetto per del cemento, ma per me come per molti altri la Dama ha un valore, anche solo simbolico, enorme.

Torniamo in hotel per ora, domani comincia davvero la nostra avventura.
 Il secondo giorno dopo il nostro arrivo siamo andati un pò in esplorazione del borgo di Lisses, vedendo quanto in realtà fossero cazzute le cose che sembravano alla portata,  osservando con attenzione il luogo dove sono nate alcune delle radici della nostra pratica e provando. A fine giornata siamo tornati in Dama, e mi sono reso conto di quanto fosse pù dura del previsto. Ma un obbiettivo importante del mio viaggio è stato non lasciarmi andare allo sconforto, alla negatività, così per quel giorno ho spento il cervello e mangiato il pessimo cibo ( per chi era con me dico solo una parola, sufficiente a rappresentare il male :POULET) del carrefour di evry prima di sognare e ripartire.

I quattro giorni del cambiamento con Yann


Credevo che il mio viaggio sarebbe stato tutto un "guarda, facciamo, vediamo ecc", mentre fortunatamente le mie aspettative sono state superate dalla realtà. Abbiamo avuto la fortuna e l'onore di poterci allenare, di poter vivere al fianco di Yann Nhautra per quattro giorni, dividendo sudore, cibo, dello schifoso caffè annacquato e molti sguardi limpidi, sinceri. Ma davvero. 
"Faremo DELLE quadrupedie, del lavoro tecnico, dei salti da rompere, dei percorsi. Poi pausa caffè e nel pomeriggio stessa cosa". Quando ci ha detto così ci siamo guardati smarriti, come bambini, poi scrollando le spalle lo abbiamo seguito per quattro giorni. Il primo giorno ci sembrava di morire,ed era solo l'ora di pranzo. Ah già.  Mi sono dimenticato di dire che per quattro giorni abbiamo mangiato per pranzo dopo le sessioni infinite con Yann sempre una cosa, perchè costava poco ed era vicino alla cattedrale.

kebab.kebab. kebab. kebab.
Con patatine fritte. 

 La gioia dei racconti di gioventù di Yann però ci ha ripagati di tutto il colesterolo. Esperienza impagabile quasi quanto gli allenamenti con lui. Poi il dramma.
Durante il lavoro tecnico nel pomeriggio del secondo giorno con lui Yann ci ha proposto dei breaking jump a prima e seconda vista davvero improponibili. E non mi spiego ancora bene in che modo, guidandoci, fidandosi di noi e noi di lui abbiamo iniziato ad approcciarli seriamente. E questo è stato uno dei giorni più duri della mia carriera di praticante. Dopo un lavoro mentale intenso, varie prove, un vero e potente kiai, ho chiuso uno dei salti proposti da lui. Una volta. Poi il tilt. La stanchezza dei 3 giorni precedenti, dell'allenamento mattutino,  lo sguardo dei miei compagni che mi sentivo addosso pesanti come macigni, la loro benevola aspettativa che anche io riuscissi come loro mi ha spezzato. Mi sono dovuto allontanare e sono scoppiato a piangere. Mi sentivo un fallito. Qui, dove il parkour è nato, in compagnia delle persone migliori in cui potessi sperare, persino qui fallisco. Crollo nervoso. Non riesco a stare al loro passo, mi grido dentro domande assurde del tipo " cosa mi sono allenato a fare tutti questi anni se poi mi blocco?!" e altre ancora più stupide.  Dopo qualche tempo sono tornato, ma per me la giornata era finita.  La sera ci siamo trovati ancora col master davanti a caffè e gelati, e vedendomi silenzioso mi ha fatto chiedere ( traduzione dal francese all'inglese e dall' inglese all' italiano di Matteo e Marcello) cosa avessi. non sono riuscito più a trattenermi e gli ho detto come mi sentivo. Qui purtoppo non sono più in grado di spiegare dettagliatamente tutte le discussioni avute con Yann nei giorni di viaggio, poichè numerose, lunghissime e alcune troppo personali, ma in quella occasione mi ha risposto che mi vedeva simile a lui, in certi aspetti, e che si tratta fondamentalmente di scelte.

Scelte 
e di non  fare paragoni con gli altri. E di capire cosa è importante per me, cosa voglio fare della mia vita. Cosa voglio fare della mia pratica. Ma mi bruciava troppo ardente la sensazione di fallimento e quella sera l'ho ascoltato appena, anche se lui parlava col suo cuore aperto davanti a noi, per noi. Scrivo ora questo post perchè solo adesso comincio a comprendere. In ogni caso il giorno dopo mi sono sentito meglio e la mattina all'alba sono andato, mentre gli altri dormivano il sonno dei giusti, a passeggiare al parco della Dama. ...Cammino e cammino mi viene un pensiero: Forse è più importante dialogare coi problemi, ascoltare cosa hanno da dire piuttosto che sbatterci contro a testa bassa e schiumando di rabbia. Forse non ero pronto. Forse ero stanco. Forse la aspettativa che mi sentivo addosso mi schiacciava. Una battaglia persa non è una guerra persa. 
E non desidero più che la mia pratica sia una guerra.
E poi un altro giorno con Yann. Queste persone, questo viaggio, questi luoghi mi hanno cambiato. ma starà solo a me capire se in meglio o in peggio. Dentro di me ho tutti gli strumenti necessari a spingere, a stare bene, a tenere più drop di quelli che credo, più  quadrupedie di quelle che il mio corpo suggerisce, e molte più ore di allenamento consecutivo e giorni consecutivi di quelli che pensassi.

Ultimo giorno: La dama.

L'ultimo giorno è stato di lavoro nel quartierino di Lisses, ma avevo in mente solo lei. Se non riuscirò a salirla come potrò tornare a casa? Ma è davvero così importante salire fino alla cima? Cosa significa per me la Dama? 
queste ed altre domande inutili affollavano la mia mente durante il pranzo sotto al salice di fronte alla dama silenziosa. poulet tanto per cambiare. Ma almeno un pò di frutta. A fine giornata  ho deciso di provarci. ancora. Dico ancora perchè nei giorni l'avevo già approcciata, ma con scarsi risultati, mentre tutti gli altri salivano e scendevano allegramente.  Quella sera, poco prima del tramonto mi sono incamminato ancora fino alla base, salito tranquillamente fino al punto x ( il punto dove ho continuato a bloccarmi per altezza, pendenza, curva del muro e mancanza di appigli) fino a quando, con le urla degli altri, ma nella mia testa da solo, ho spinto e allungato le mani sudate e la volontà fino al fungo finale, muscle up e su. 

      Ero in cima alla dama.

 forse solo un simbolo, forse un rito di iniziazione, ma per una volta nella vita ho potuto sentire cosa prova un alpinista che arriva in cima alla montagna della sua vita. Silenzioso mi inchino .

 Non esistono  momenti  banali.
Poi ho capito che non si tratta di simboli, di vittorie o sconfitte, ma solo ed unicamente di scelte. Citando sia me che Marcello che Yann: Ieri eravamo in una macchina del tempo. Oggi era più che mai presente. La via della realizzazione è difficile da seguire, ma i nostri corpi cambiano, vanno avanti, e le nostre menti rimangono indietro. Qualcuno sentirà il proprio corpo nel 2015 e la mente nel 2010. Sbagliato.
Tutti gli strumenti sono pronti nel corpo, quando cresce. Il vero obbiettivo? mancato molte volte, perchè usiamo delle lenti sbagliate. Ogni giorno possiamo  fare cose al livello del nostro potenziale. perchè? perchè ne siamo in grado. Semplice. Ma non facile. Non dobbiamo aspettare. Aspettare cosa? Il nostro corpo è pronto. Si tratta si scegliere. Guarda, scegli. 
Faccio.
Non faccio. 
Non piangere,  non arrabbiarsi, non parlare,  solo fare e tornare a risolvere tutti i problemi non ancora risolti. Ancora e ancora. Si tratta di scegliere come vuoi che sia la tua vita."


Grazie a me per le scelte ma anche grazie agli altri che mi hanno aiutato a capire di poter scegliere. 










 





sabato 8 febbraio 2014

buttare la minestra.



Si, un' altra riflessione non sul parkour, anche se in qualche modo collegata come sempre all'arte.
Niente stupidi virtuosismi linguistici da poeta zen, sono stanco di queste  cose, per oggi...  e come sempre massima sincerità.

Aristotele diceva che siamo ciò che facciamo ripetutamente. Ho quasi 25 anni, e a parte brevi periodi luminosi, sono di default una persona che si deprime per poco, si infuria di una rabbia cieca per quasi niente, che si lamenta per la sua estrema solitudine ecc ecc ecc... ma che nei fatti fa ben poco per porvi rimedio. Sa di banale, detto così, ma solo ora sto digerendo l'equazione    ABITUDINI=MODO DI VIVERE.
Una parte di me è sempre stata consapevole che le cose cambiano solo se ci si lavora attivamente per farlo, che non succede spontaneamente solo perchè si crede di meritarle, andiamo! Un'altra parte, la più forte, si compiace di sguazzare in questo "brodo caldo", come l'ho battezzato, fatto di una base di auto vittimismo con pezzi galleggianti di si, veri motivi per essere triste, problemi, traumi, cose impossibili da dimenticare, ma che danno fin troppo sapore a questa minestra che  mi riscaldo e mangio tutti i giorni con gran gusto e con nausea. Non sono il più sfortunato degli umani e neanche il migliore, sono solo uno dei tanti. Ma che invece di svegliarsi un giorno, guardarsi indietro e avere solo rimpianti, può guardarsi ADESSO le mani, guardarsi dentro e chiedersi: cosa posso fare se voglio che le cose cambino?






Quando mi è stato detto "impara ad amare te stesso, se vuoi che qualcuno ti ami", in risposta alla mia infinita gnagnaggine della solitudine, della ricerca dell'amore..non sapevo che dire, se non qualche balbettio sul fatto cheil mondo è ipocrita, che le persone sono brutte e povere dentro ecc..cosa vera, ma sul quale non ho potere mentre su di me...Ma partiamo dalle basi, provo a farmi delle domande semplici, e proverò a darmi delle risposte semplici.


Cosa significa amare se stessi?
Beccatevi una delle mie citazioni preferite, che a forza di ripeterla centinaia di volte come un mantra l'ho fatta mia, e ora, colte  tutte le sfumature posso ripeterla.  Weir di Hermiston, di R. L. Stevenson:
"Io sarò molto tranquillo, rispose Archie, e sarò franco: io non amo mio padre, anzi a volte mi domando se non lo odio. E' la mia vergogna, forse il mio peccato, ma almeno e davanti a Dio, non è mia la colpa. Come potevo amarlo! Lui non mi ha parlato mai, non mi ha sorriso mai, e credo che non mi abbia mai toccato nemmeno. Aveva paura della morte più che di qualsiasi altra cosa ed è morto come aveva sempre pensato, mentre cadeva la prima neve dell'inverno."
Sono diversi i significati interpretabili, tra cui anche quello del padre..( chi non ha avuto un padre lo sa)  e io ora ci  leggo qualcosa su di me. Io mi voglio bene? Come vedo il Danilo che si vuole bene? che cosa faccio di effettivo per il mio benessere? Negli anni di pratica di pakour ho imparato a rispettare e a conoscere il mio corpo, i suoi ritmi, i suoi bisogni, ho imparato a volergli bene, a dargli il giusto riposo, il giusto riscaldamento,  il giusto nutrimento. Ma non so fare niente di tutto questo per la mia anima. E posso partire da qui:
dall' imparare a fare ciò che serve per farmi stare bene, sul serio. Mi sento solo? allora cercherò una compagnia, sempre persone che come me cercano la  verità ,persone  cristalline. Senza scuse del cazzo del tipo " sono timido, non so parlare con gli altri, non so che dire", e ogni volta me ne invento di nuove. Sono in silenzio per la maggior parte del tempo, e penso, penso penso. Ne avrò pur di cose da dire!
Come cambiare atteggiamento?

Come ha detto la mia saggia amica-coach-spacca-culi, coltivare pensieri negativi e positivi fa spendere la stessa quantità di energia, dunque perchè preferisco coltivare quelli brutti umidicci e sporchi?
La risposta torna sempre alle abitudini, a quello che facciamo sempre, appunto per abitudine, fino a quando la mia mente sa fare solo quello, ed è un atteggiamento dannoso. Cosa succede se ripetete sempre gli stessi soliti esercizi e movimenti nel vostro allenamento? che farete solo quello, il che causa a sua volta il  VOLER fare solo quello, e poi il SAPER fare solo quello. Il vostro allenamento diventerebbe noioso, limitato, dannoso per i tendini, per i muscoli, per la fantasia, per i percorsi neurali, per il concetto stesso di vita, che altro non è che il fare nuove esperienze, nuove! Dunque mi sto impegnando( questo post è stato scritto nel corso di diversi giorni, sia per la mancanza di tempo sia per  poter pensare con calma  a cosa scrivere e nel frattempo già applicarlo) per fare proprio quelle cose che credo di non saper fare.. Sorridere, tanto per cominciare. Provare a mettere una bella canzone in casa, uscire, chiudere l'ufficio reclami e iniziare a fare una cosa magari, piccola , ma che fa la differenza dal mio solito atteggiamento. Il primo giorno dell'anno mi sono fatto dare apposta uno schiaffone. Perchè? perchè è una cosa che non ho mai fatto. Una cosa stupida forse, ma era un'esperienza che mi mancava, e questa è solo una delle migliaia che devo fare.
Perchè voglio capire, devo conoscere, conoscermi, e solo attraverso questi esperimenti posso comprendere meglio chi sono, come reagisco, come agire domani. Non si parla di mega rivoluzioni spirituali, ma di agire sull'atteggiamento, qualcosa che ci accompagna da quando ne abbiamo coscienza, fino a quando a poco a poco prende letteralmente il possesso, e ci fa diventare qualcuno  che non avremmo voluto diventare. Mi voglio scrollare questa polvere di dosso, e cosa c'e' di meglio che provare quei pensieri e quelle azioni  che per scuse, paura, timidezza non ho mai vissuto?

Per ricollegarmi al parkour porto un altro esempio: il classicissimo "essere forti per essere utili", nel quale ho creduto fermamente per anni. Che senso ha essere fisicamente forte come un treno per essere di aiuto agli altri quando non so essere d'aiuto a me stesso, utile in primis alla mia persona? Dove cazzo è la coerenza  in tutto questo? Da dove provengono le risorse che davvero possono tornare utili nella vita se non da un atteggiamento propositivo, aperto, libero da pippe mentali spesse come sbarre di prigione? Oh , man , mi soprendo così tanto quando provando a cambiare "stile" di pensiero cambi il modo di vedere il mondo! Per non parlare di come reagiscono gli altri! E attenzione, qui non si tratta di diventare un' altra persona o di diventare ipocriti, ma solo di tirare fuori una parte di me che è GIA' presente, è lì, dentro, e aspetta solo di potersi manifestare.

Provare a cambiare un pò stile ogni tanto, vestirsi come un bel ragazzo, piuttosto che chiudermi nel mio guscio del " sono così, se mi vogliono, bene, altrimenti peggio per loro." Queste cose andavano bene a 16 anni, quando si vive di assoluti, per conoscerli, per conoscere il mondo. Lanciando i limiti della propria e dell'altrui tolleranza sempre più in là, ma ora sento che questo pensiero non mi appartiene più, non mi ci riconosco. Credo stia diventando grande.


Si come una giornata bene spesa dà lieto dormire,
così una vita bene usata dà lieto morire.
Leonardo da Vinci

lunedì 9 dicembre 2013

il nuovo colore delle parole

No, belli, queste non sono le solite parole polverose e dal sapore di muffa di quando parlo della solitudine.

Questa volta hanno un sapore , un calore e un colore diversi.
La stagione delle camminate in montagna è iniziata da tempo, e il grande contrasto tra il silenzio dei boschi e la mia camera è motivo di nuove riflessioni. La differenza tra questa splendida e caotica settimana passata camminando di notte per Padova con gente molesta e dove sono ora, è forte. (Per rendere più leggera la lettura ho deciso di cambiare stile, periodi meno lunghi e qualche punto in più, così non vi si frigge il cervello, miei buoni lettori (e spero anche qualche e lettrice). Il libro prestato da un caro amico, dove sto vedendo sotto una nuova luce i poeti e filosofi che mi ispirano, contribuisce a queste riflessioni pacifiche.

Descrivo brevemente la settimana che ho trascorso tra questi universitari pazzi, in attesa del video che li onorerà come meritano. Siedo con la solita tazza fumante di camomilla al mio fianco mentre ripenso alle molte esperienze che ho fatto per la prima volta grazie a loro. In primis non mi hanno mai permesso di farmi prendere male (una cosa che mi succede spesso) per qualche cazzata, qualche salto non chiuso o una battuta non capita, o qualsiasi delle cose che mi rattristano. Mi hanno mostrato splendidi monumenti accesi di sole invernale e quindicenni che vomitavano l'anima in vicoli bui e sporchi, dietro il locale in cui ho ballato per la prima volta (no, non avete un virus nel vostro pc, avete capito bene). Ci siamo allenati tutti i giorni in posti fantastici e con bella gente vestita larga, non ho mai dormito più di tre ore ogni notte perchè sono stato vittima di molestie di ogni tipo. Mi sono cotto alle terme, perdendomi in pensieri metafisici guardando il vapore salire nel cielo nero, ho bevuto cappuccini, spritz, vin brulè e amaro del capo, ho aggiustato il divano della casa di ragazze che con occhi innocenti hanno detto: "non sappiamo proprio come possa essersi sfondato!"                                                                    
Ho visto Venezia per la prima volta, correndo nei suoi stretti vicoli a bocca aperta per la meraviglia, Sono stato portato per ore sul portapacchi di una delle migliaia di grazielle studentesche spaccandomi il culo, e godendo delle luci della città di notte. Ho paragonato il mio cuore ai ragazzi in precario equilibrio sulla slackline nella seconda piazza più grande d'europa. Ho praticato Tai Chi in uno splendido parco con un buon maestro, rallentando il tempo. Ho mangiato tofu e seitan, mi sono arrampicato sull'albero di natale al centro della città, fatto piegamenti in mezzo alla strada per combattere il freddo mentre i miei molestissimi anfitrioni sedevano sfasciati di vino a perdere tempo. Abbiamo passato ore a parlare di parkour, donne, cavalleria, filosofia, amore, amicizia, natura. Ci siamo infiltrati in uno stadio abbandonato (accanto a una caserma di polizia e sopra le teste dei passanti) nella più epica night mission mai portata a termine. E molto altro. Vi ringrazio per tutto, mi avete fatto vivere giù duro!

Il paragone tra queste cose e la mia solita vita, fatta di Basho, Varese di merda, Poe, post rock, Rimbaud e camminate in montagna sono la causa di questo post, un'altra riflessione sulla solitudine, ma diversa dal solito. Kerouac, Rosseau, Nietzsche, Basho, e molti altri, sono filosofi, poeti, scrittori. Ma per me, sono prima di tutto camminatori, e chiunque cammini a lungo non può non pensare alla solitudine. Io ho fatto di questo tema la base del mio pensiero, il problema (non un problema nel senso di guaio da sistemare, quanto di pensiero profondo e articolato, come di una persona affascinante cerchiamo di capire come fa ad attrarci in quel modo oscuro e caldo) sul quale appoggio il mento  e guardo da vicino.

Il mio profondo desiderio di amore e di amicizie, di riversare tutto il mondo che ho dentro  (idealmente spogliati dei balbettii, dei "minchia" e del mio parlare troppo in fretta) è in contrasto aperto con il bisogno, a volte improvvisamente urgente, di solitudine. Quando vado per foreste mi viene di desiderare a volte la compagnia di qualcuno in generale, altre di qualcuno in particolare. Poi alzo gli occhi all' altezza degli alberi, lo abbasso a quello degli insetti tra le foglie morenti, e sento che lì, in quel preciso momento, col mio ritmo dei passi, con quello dei respiri, non potrebbere esserci nessun altro. Quando mi trovo con altri ho sovente questo senso di inadeguatezza, e ora lentamente comincio a lavorarci per cambiarlo (mi hanno fatto capire che trovare le cause di un problema, con le mie eterne e muffose riflessioni, non significa assolutamente risolvere il problema).

Se, quando mi trovo da solo per boschi o in un angolo ad allenarmi (intendo quelle giornate col sole tiepido, senza nessuno in giro, in cui magari trovate una sbarra o un problemino di boulder nel muro su in paese e lì sentite proprio dentro che è perfetto così, solo voi) sto bene, e quando sono in città con altre persone ho il disagio che sale, allora ora voglio lavorare subito sulle cause.  Mi capita di riuscire ad ASCOLTARE il disagio, invece di star là come uno stronzo a crogiolarmi nel comfort caldo e raffermo, e agisco. Pam! Al posto di guardar male la passante, immagino di sorriderle (ancora non ci riesco, ma almeno non mi chiedo più per quale motivo guarda me). Bum, chiudo quel movimento di fluidità stronzo che provavo da giorni, mi prendo bene e ci riprovo. Skippo la canzone deprimente che stava partendo nel lettore e ne faccio partire una che manda vibrazioni positive, cavolo. E a casa non mi metto al pc a guardare vecchie foto di bei ricordi che mi deprimono (bel contrasto se ci pensate, vero?), ma scrivo questo post.  Non la leggo la poesia struggente che ho sul comodino, ma apro il libro di fisica e mi impongo di studiare. Meglio la noia della tristezza.


Questo non significa che ho risolto tutto e non ho più problemi, che tac sono l'uomo più felice del mondo. Ma ho cominciato a disilludermi di alcune cose e ne ho capite altre aiutato dalle mie nuove esperienze. Coltivo ancora sogni, non sono ancora come nei carnets de pèlegrinage di Swami Ramdas, in cui si vede che è nel momento in cui si rinuncia a tutto che tutto ci è offerto, nel momento in cui non si aspira più a nulla che tutto ci è dato, a profusione. Quello è un level-up che ancora non ho fatto, mi va bene così. Mi lascio comunque guidare dalle emozioni, oltre che dalla ragione. Dai Tengu de "gli anni dolci", che svolazzano alle mie spalle. 

lunedì 18 novembre 2013

Resilienza

Una delle sessioni di allenamento più dure della mia vita. Una delle più soddisfacenti.

Pochi giorni fa, vedendomi molto depresso (tra le bozze ho quello che sarebbe stato altrimenti il post di oggi, e sarebbe stata una mazzata esistenziale), Il vecchio Mehdi ha proposto un allenamento gestito da lui, e questo già da sè significherebbe pesante. Ma da vero amico e conoscendomi ha deciso di organizzare e tenere qualcosa di massacrante. Volo ed io ci siamo fregati le mani, potendo solo immaginare, un pò inquieti ma soprattutto eccitati in cosa sarebbe consistito. In particolare di me M conosce il mio amore per la fatica e il suo effetto distensivo sui nervi.

E poi gestisco sempre io a Varese ed è bello di tanto in tanto spegnere il cervello e lasciarsi guidare da altri. Premetto però (sarò breve, prometto) un momento la mia situazione delle ultime settimane.
Mi capita sempre più di frequente di sentire come un peso allo sterno, faccio fatica a respirare, mi devo fermare e sedere per qualche minuto. E' il senso di inadeguatezza al mondo che mi opprime. Mai come ora mi succede spesso di non capire come facciano gli altri a essere così sicuri, così...distaccati. Li vedo, sicuri nei loro precision, sicuri in città, provocanti e provocatori, sfacciati e scherzosi con le donne (o le donne con gli uomini) e col mondo, li vedo.   Li vedo allegri davanti agli altri, sanno non contagiare chi hanno vicino con le loro domande e dubbi,  Mentre io mi immergo fino al fondo in ogni cosa, in ogni sentimento, sia esso di gioia o tristezza, e ne affogo dentro ogni santa volta. Non riesco ad accontentarmi della superficie. Citando:
"Volevo vivere con saggezza, volevo vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, e non scoprire in punto di morte, che non ero vissuto."

Bello vero? peccato che questo vivere profondamente, in cui i sentimenti mi prendono per una mano e la ragione per l'altra mi stia letteralmente aprendo in due, come mettere le scarpe al contrario, alla lunga ti spezzi e ogni gamba se ne va per conto proprio .  E insomma ecco... è dura. Prendere ogni cosa così seriamente, dare peso alle parole, alla cavalleria, ai gesti, ti consuma l'anima, cazzo. Questa stanza fredda dove scrivo non mi disturba, avere paura non mi disturba, rido delle difficoltà materiali. Quello che mi dà fastidio è non riuscire a sentire la mia mente non infiammata...ogni giorno.  Vorrei essere in grado di congelarla ogni tanto, rinfrescarla con un po' di spavalderia, di stronzate che non siano pseudo-filosofico-esistenziali, parlare di tette e culi, e non di quella frangia dal colore inusuale di una donna girata quasi di spalle in un pullman che sfrecciava in centro, ma che mi ha bloccato il respiro per un attimo. Eh no, devo essere quello scemo che và a cercare miraggi quando tutti se la sciallano nell'oasi tra palme e puttane. Premessa chiusa, passiamo alla morte.


L'appuntamento e' fissato per il giorno dopo alla lunga scala, e credetemi se dico che e' lunga. Ci troviamo tutti all'ora x, con felpe e pantaloni +1. Questa malefica scala passa a fianco di un cimitero, e il nome "costa dei morti" è meritato. L'ho capito, ora.  L'obbiettivo che ci ha imposto il nostro mentore di oggi è stato correre su e giù (corricchiare anche nello scenderla) per 20 volte, in gruppo, uniti, spingendosi a vicenda in silenzio. L'unica volta che l'ho provata di corsa, questa estate, sono arrivato in cima mezzo morto. Fatto questo, trovare e chiudere 2 breaking jump.
Gradini lunghi, cambi di pendenze, illusioni ottiche che segano le gambe e la volontà. Alla base della scala l'aria è tiepida, a metà freddina ma ferma, in cima tira aria gelida. Venti volte, senza mai fermarsi. Ma insieme. Ci guardiamo, consci che anche il solo provarci ci farà sputare l'anima. Prima salita per provare, uhm uhm, interessante. Niente musica dopante, niente chiacchiere, qualche battutina mentre si scende finchè sappiamo di avere dei polmoni. Già il secondo, essendo ripartiti subito dopo essere scesi, si fa sentire.
Conta Mehdi, noi lo seguiamo seguendo il ritmo  che impone, che non e' sempre uguale. Alla quarta Volo non si sente bene, si ferma un secondo alla panca e noi continuiamo. nel tornare giù lo guardiamo, non serve dire nulla. Ci spingiamo con gli sguardi, e un minuto dopo è ripartito. La maglietta di cotone sotto la maglia termica comincia a essere bagnata, il vento nella schiena, la condensa fino alle braccia, l'aria fredda pizzica e fa male al naso. Respiriamo come mantici. Mi viene in mente la frase "i feel pain", in inglese rende meglio l'idea.  Anche Mehdi, una specie di ultramaratoneta che fa anche grossate ma superfluide, comincia a soffrire. Nel pezzo bastardo di scala dice: "pensa ad altro pensa ad altro pensa ad altro pensa ad altro pensa ad altro pensa ad altro", a ogni gradino, a ogni buttata d'aria dai polmoni in fiamme. Oh si. penso ad altro. Ogni insulto  che mi hai lanciato e' un gradino che mordo. E ora non vedo altro, salgo a testa bassa, respirando dolorosamente, ogni gradino una tua parola cattiva gratuita. E io le supero tutte. Scendendo guardo il cielo, si fa sempre più scuro. Cedono  le gambe, che continuano a gridare:   " ma dove cazzo vuoi andare!? Ci senti? Fermati!"

Il corpo manda mille segnali diversi, ci guardiamo perchè non li capiamo. Dolore, fame , nausea, lacrime di non si sa cosa, freddo e caldo infernale insieme nelle gambe. Magma nei polmoni. Ghiaccio sulla schiena. E, sotto tutto questo, gioia. Cercavo una bella citazione di S. King sulla gioia nello sforzo fisico, scritta chissà dove ma non la trovo, pazienza. A ogni salita la percezione che abbiamo della scala cambia. Il cambio di pendenza è come se la gravità aumentasse di colpo. Niente più ritmo, niente respiro, il cuore impazzisce per capire come distribuire ossigeno alle gambe senza far andare in tilt il cervello. Infine siamo arrivati all'ultima. Prendiamo gli zaini lasciati giù, e facciamo l'ultima salita con le cose in spalla, con le ultime energie. Ci buttiamo un momento per terra per prendere fiato. Una felpa asciutta, via la fascia fradicia e su il cappello caldo...che goduria. Camminiamo verso il centro per trovare qualche salto da fare, che ovviamente non sarà grosso ma con le gambe così a pezzi non servirà chissà che per trovare una sfida. nel frattempo ci riposiamo per una mezz'ora, mangiamo una pizza e andiamo a prendere un caffè per ricaricarci. (Cammino un pò e trovo in un mercatino "perseverare e' umano", di Pietro Trabucchi, libro sulla motivazione anche in ambito sportivo, che cercavo da tempo, e che ora mi mangio con calma ascoltando Einaudi).

Che bellezza, poter camminare in piano. Si impara ad apprezzare tutto, quando manca. I salti che abbiamo piu' o meno fatto tutti non sarebbero stati molto difficili, in normali condizioni. Io avevo un running a salire su un muretto e ho dovuto spingere ma l'ho chiuso. Il secondo che mi sono trovato era un altrimenti ridicolo precisino su sbarra, ma tra le gambe che tremavano come budini e la mia totale mancanza di visione notturna non me la sono sentita. Volo e Mehdi hanno trovato le loro sfide, più o meno con le mie stesse difficoltà. Va bene. Così abbiamo combattuto, ci siamo allenati. Ogni tanto ci vuole un test per vedere quali sono i limiti fisici e mentali, e se li abbiamo portati un pochino più in là. E' La mente, il muscolo  più difficile da allenare. La mente.




E ora un' ultima piccola riflessione su oggi, su come il mio umore, la mia motivazione intrinseca e il senso di volontà sono cambiati rispetto ai giorni scorsi. Vedete, so bene che leggendo i miei post, o anche parlando con me sembra che io sia sempre demotivato, abbattuto, che abbia perso il sentiero. E spesso è così, ma non perchè mi piace spararmi delle endovene di vittimismo, comodamente deresponsabilizzato coi soliti "ma io ci provo, faccio del mio meglio, cosa devo fare?"  Ma  perchè sono solo stanco del continuo vincere me stesso. Io, sono l'avversario più duro. Se anche fossi accovacciato ai blocchi di partenza accanto a Usain Bolt il giorno in cui è più in forma, sarebbe il dialogo con me stesso, per non mollare, la sfida. Solo che non vinco sempre. l'altro ieri è stata una di quelle volte, ma M (detto anche Il Vigroux del deserto, Capitan Maghreb) se ne è accorto e mi ha dato una spintarella. Consapevole che tutto ciò che riesco a raggiungere non e' frutto di talento, di qualche miracoloso aiuto genetico, ma di duro, costante lavoro, a volte mi stanco. Non sono ancora così resiliente, e la mia spinta volizionale (la volontà), non e' ancora così solida.
Certo poi una vita più dura può rendere più fragili o più resistenti alla fatica, alla sofferenza, alle privazioni. O anche entrambi. Io ho un rapporto con la fatica speciale, che solo chi pratica (come penso quasi tutti voi che leggete) uno sport a livello amatoriale, senza altri premi che la propria passione e il desiderio di sentirsi forti, vivi, coraggiosi, può capire. Che solo chi fa  dell'affrontare qualunque tipo di disagio una cosa normale e inevitabile, comprende. Noi, al contrario di molti, a volte addirittura lo ricerchiamo, questo tipo di disagio e di sofferenza, infilandoci in angoli bui ad allenarci, aggrappandoci a lamierini sudici e arrugginiti, rimanendo con le braccia tese giusto per capire per quanto possiamo resistere, lavando i piatti apposta con l'acqua fredda, camminando in montagna proprio nelle giornate "peggiori" ( il tempo sfavorevole non esiste, esistono uomini che si arrendono). Tutti gli altri si illudono di poter fuggire i disagi, i sentimenti negativi o spiacevoli, una visione utopistica. Quell'allenamento mi sta anche aiutando ad accettare finalmente che a volte, per spingere un pò più in la, mi serve qualcuno vicino. Non si può fare tutto da soli, e non c'e' niente di male in questo. Siamo esseri sociali, e aiutandoci possiamo dare tutti noi stessi, a un livello che non credevamo altrimenti possibile.

E, gradino dopo gradino, spingendo il segnaposto dei propri limiti mentali un centimetro più in la si diventa sempre più consapevoli delle proprie risorse, della capacità di andare ancora avanti, ancora un pò. Un minuto ancora di sedia, un km di corsa, qualche metro, un pò più veloce, resisti, ancora un piegamento, una pagina in più da studiare, solo una. Finchè non senti la gioia.
















"Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede."
(2 Tm, 4,6-7)

"I piedi sono congelati, il vento aspira ogni stilla di calore dai muscoli e dalle giunture, e io sento che non potrò mai più riuscire a scaldarmi per il resto della mia vita. Vorrei rimanere qui, rinchiuso nella mia tenda, ma poi quella voce mi ordina: "vai fuori, vai fuori e provaci".
(D. Hempleman-Adams, Polo Nord)


martedì 1 ottobre 2013

10000 squats

E così, ho fatto questa cosa. Un mio amico qualche tempo fa mi ha detto che in un ritaglio di tempo si e' sparato 1000 squat, come avesse bevuto un bicchiere d'acqua. Io non ne ho mai fatti più di trecento in una serie, ed e' molto tempo che non mi metto seriamente alla prova. 

Penso a tante cose. Le mille muscle ups di Blane, il pensiero denso di Bruce. Una sera, davanti a una tisana fumante, perdo lo sguardo nel vapore che sale lentamente nell'aria fredda della mia casa, prima di sparire. Alcuni koan, alcuni ricordi, alcuni visi. E non credete che tutto questo non abbia nulla a che fare con dei piegamenti delle gambe. Ogni cosa ha a che farne. L'acqua in cui cuocio il riso che mangio e' la mia stessa vita. Quel momento particolare di quella sera, l'inizio dell'autunno, Aware, il senso di dileguare del mondo. Ora so identificare meglio di una volta questo succedersi di emozioni, e accettarlo piu' serenamente.
Comunque, in questo stato ho pensato se fosse possibile fare 10000 squats in un giorno.  E' lo squat movimento di base del corpo umano, e' vero, ma un numero così grande di ripetizioni e' fattibile? Come dovrei dividere le serie, i tempi, il riposo?
Con due legamenti lesionati, rischio di lavorare alla lunga in maniera asimmetrica per compensare col rischio di sbilanciarmi e farmi del male? Posso chiedere a qualcuno di supportarmi, farmi compagnia, proporre questa sfida da fare insieme, come il gruppo di Blane lo ha sicuramente aiutato e spronato?
Invece di cercare ossessivamente risposte nel mio stile nevrotico, le ho messe da parte, per finire in pace la mia tisana.

Un po' di silenzio.

Non avendo avuto fino a oggi i documenti, dopo il furto del mio zaino, non sono andato a scuola ( senza patente mi hanno già beccato una volta e sono stato miracolato, non ho voluto rischiare ancora), così ho avuto il tempo di prepararmi una notte.

Domenica sera: preparo lo zaino con la borraccia, banane, pesche, cracker, bandana, lettore mp3 fuffo ma funzionante. nella tasca esterna metto quella rabbia che a volte mi striscia dentro ma che voglio sia combustibile in piu', determinazione ne ho ma non occupa tanto spazio. Dormo.
Lunedì mattina alle 7 scendo a Ponte. Tutti a scuola o a lavorare, non ci saranno disturbatori come alcuni giorni fa, quando per mettermi alla prova ne ho fatti 3000 in circa 5 ore (morendo) continuamente disturbato da ragazzine/i che vomitavano intorno a me, chiedendo sigarette, scolandosi vodka alla pesca e lasciando la bottiglie nel Tresa. Pipì di rito, musica, respiro profondo.
 La schiena e' dritta, lo sguardo nel vuoto. L'orizzonte si alza e si abbassa un poco a ogni piegamento, mi immagino di essere su una nave nell'oceano, solo. Un beccheggio senza meta. In circa 40 minuti  sono a mille.

Ogni tanto mi fermo, faccio serie da 50 con x tempo di riposo, dove x e' quanto sento il bisogno di riposare.
Non guardo l'orologio, ascolto la musica e gli occhi mi diventano lucidi  intorno ai 4000 mila per colpa di un ricordo. su, giu, su, giu, su, giu....fino a quando non c'e' piu' Danilo che fa gli squats, fino a quando scompare la musica di erhu, fino a quando il cielo e' vuoto.

Ore 13, 5500. faccio una passeggiata, Il ginocchio mi dà fastidio, mentre la schiena fa proprio male. Era gia' dai mille che mi faceva male, ma rimanendo costante e comunque leggero non mi ha fatto soffrire, fin'ora. Mangio una banana, il sudore che bagna la bandana ha un odore strano e non ho mai fatto uno sforzo tanto prolungato, tranne quando lavoravo, ma li l'unico odore che si sentiva era quello della farina; immagino sia questo l'odore di una maratona. Stretching alla schiena e riprendo.

Ore16: Schiena. Fa male. sono a 8000 circa. Il quadernino e' pieno di stanghette verticali e orizzontali come in un carcere, la schiena.  Le coscie sono di budino da un pezzo, sono solo. Non ho nessuno che mi da' sostegno, ora mi pesa. Sono stufo di darmi coraggio, di parlare da solo. Il carro del sole ha fatto tanta strada.

Ore 19,45: 9999.
Non sudo neanche piu', il sole pallido del pomeriggio ha lasciato spazio a un'aria che puzza di fiume basso.
Mi fermo per qualche minuto, ho la nausea e la testa in fiamme, le gambe sono, come un gelato sciolto rimesso in freezer, dei pezzi di legno.  Il dolore alla schiena sembra si sia spostato allo stomaco. Dedicare gli ultimi squats a qualcuno che mi vuole bene, a qualche causa? Sputo per terra e urlando a bassa voce faccio 2 Squat.



10001 SQUATS IN 13 ORE.
Ho fatto tanti piegamenti sulle gambe quante sono le creature da salvare nei testi buddhisti, eppure non mi sento un uomo migliore.  Ho affrontato un viaggio di diecimilauno passi, sono andato lontano e sono tornato, ma la mia mente non e' silenziosa come speravo. Ho versato una lacrima che mi incendiato l'anima.

Sono tornato  alla macchina zoppicando, ho guidato a fatica per pochi minuti rischiando i crampi per cambiare marcia, e mi sono buttato sul letto. Buio. Credo, nonostante la luce negativa in cui ho scritto questa storia, che mi sia servita questa sfida, solo che devo prima digerirla. Datemi tempo.






Congiungi le palme delle mani e inchinati alla vita,
segui la gravita' fino ai ginocchi
e in avanti, finchè la fronte tocca il pavimento,
poi alzati lentamente.
Fuori, richiami di capinere.
La luce si oscura e si ravviva in chiazze
polverose sul pavimento di legno; la fronte
si riscalda al contatto, si raffredda quando stai ritto.
Continua ancora fino a quando 
la differenza tra caldo e freddo non fa
più alcuna differenza, o finchè non dimentichi
fino a quanto hai contato, che stai contando,
perfino che ti stai prostrando: continua
 fino a quando ti prostri anche quando non ti prostri.
                                             
                                                      Allen Hoey

martedì 30 aprile 2013

cento pietre fredde

E' nato.  il mio libro, e' tra le mie mani. Per me significa molto, una parte di me, 100 haiku e non solo selezionati fra le quasi 300 poesie che ho scritto in 4 anni. E' qualcosa di vivo, ma solo grazie a Diana che col suol lavoro di sistemazione e impaginazione gli ha dato un corpo, e a Mura, che con le sue magnifiche illustrazione ha dato a questo corpo la vita. Non so che altro dire, sono un po' emozionato.
In questo libro ci sono quasi 1500 giorni di lacrime, di sospiri, di profonde meditazioni, di ricordi, di baci dati al vento, 1500 frammenti della donna che ho amato. Ci sono Io, c'e' Mura, C'e' Diana, Ci sono fiocchi di neve, passi, mani nelle mani, notti a fare l'amore, camminate sulle spiagge a febbraio, vento, pioggia, rabbia, oblio, voglia di affogare, di morire, di totale felicita'.

Dedico questo lavoro agli alberi (presenze silenziose ma attente) ai torrenti, alla luna, alle montagne, alle poche persone vere di cui mi circondo e che mi vogliono bene.
Queste sono poesie sulla natura, sulla mancanza, sul vuoto, su brevissimi momenti fotografati nell'eternita'. Ma anche sull'arte, che altro non sono che semi sparsi dal vento nell'animo delle persone. E se anche uno solo di questi semi germoglia, ecco il miracolo. Che altro non e' che arte di vivere, visto che l'arte piu' difficile in cui eccellere e' la vita, e non  un poeta, un calligrafo, uno scultore; vorrei diventare artista della vita. .





lunedì 29 aprile 2013

pensieri sotterranei


Visto i gomiti ancora infiammati sto muovendomi comunque, e anche se ne ho sempre fatte non ne ho mai scritto sul blog, comincia oggi la rubrica "microavventure". Questa volta ho esplorato l'Antro dei morti (un nome che mi tornava in mente mentre entravo), la grotta naturale che fa parte del complesso carsico dell'orrido di Cunardo, un sistema di gallerie (in parte ancora inesplorate) e sifoni a labirinto scavate dal torrente Margorabbia nella roccia calcarea. Essendo in fase di piena era piuttosto carico d'acqua, ma ho voluto provare ugualmente ad entrare nel ramo sinistro, quasi orizzontale (quello destro, verso cui l'acqua scorre, dopo pochi metri nel buio si getta in un sifone di una trentina di metri, impossibile da praticare senza corde ne' conoscenze speleologiche). Dopo i primi 3 metri nel ramo che ho preso l'oscurita' e' pressoche' totale, e la corrente gelida che cerco di risalire arriva quasi alle ginocchia. Si sente solo lo scroscio dell'acqua. Acqua che scorre, acqua che filtra da ogni dove e gocciola da ogni roccia del basso soffitto. Le ragnatele brillano, pesanti d'acqua, e grossi ragni aspettano qualche preda appostati nel nero. Dopo aver percorso una ventina di metri trovo un sasso che sbuca dalla corrente di questo torrente sotterraneo e mi siedo, in silenzio. spengo la gia' debole lampadina frontale. E' strano, come a qualche decina di metri sopra di me la vita si muova frenetica, asfalto cani bar passanti vecchi bambini grossi suv e semafori siano investiti di luce e chiacchiere mentre qui


                                     
                                                                  sono solo,nel buio.



Sono rimasto così a fare strani pensieri sotterranei e a cercare di ignorare il qualcosa che mi camminava sul collo ( viva le avventure certo, ma un ragno sul collo da' fastidio anche a me), mentre l'acqua scorre, e persino qui,

il suo ricordo mi accompagna....

Uscire e rivedere la luce dopo solo mezzora al buio la rende così diversa, così preziosa per gli occhi! l'aria fuori e' fresca, viva, quella nella grotta mi sembrava solo fredda, non so se rendo l'idea. Che sia un po' claustrofobico?

Lì sotto mi e' venuto un pensiero. Come il mio cuore sia simile all' Aquila: vi abita una persona, e' in fase di ricostruzione ( ma i lavori vanno a rilento), e la notte e' silenzioso e vi soffia il vento che scende dalle montagne.


l'antro dei morti, l'entrata

il ramo controcorrente, entrando nel nero.




acqua ovunque, anche da respirare



verso l'uscita.