Come è cambiato il parkour
Alla ricerca di una poetica nel parkour
Molta acqua è passata sotto questo ponte. Questo viaggio non è stato fin'ora solo un susseguirsi di salti in luoghi diversi del mondo o della mia città. Non sarebbe corretto nei confronti del parkour ridurlo a questo. A un hobby, a un'attività ricreativa. Ho trovato nel parkour/ADD un DO, una via nel senso marziale del termine. Ho capito che sarebbe stato questo già dopo poco tempo dall'inizio. Ma per molti anni ho interpretato questa via marziale come una strada costellata di obiettivi da raggiungere uno dopo l'altro. Tanti piccoli traguardi, fossero essi fisici o tecnici. Rappresentati da numeri, ripetizioni, distanze, altezze, tempi, chili.
Poi ci fu una lunga fase di smarrimento, nella quale continuai ad allenarmi mentre vedevo l'identificazione a questi obiettivi perdere via via di importanza senza però avere dei riferimenti al di sotto di essi. Se essere forti abbastanza da sollevare tot chili, fare questo o quel salto, raggiungere quel punto, fare tot ripetizioni non era lo scopo, allora quale avrebbe dovuto essere il motore che spinge la mia pratica? E quale il senso della pratica tutta? A quell'epoca continuai ad allenarmi e a scrivere iniziando a intravedere qualcosa, oltre la nebbia. Iniziai a capire che il confronto con gli altri e specialmente con i miei amici praticanti aveva poco senso. Ma togliendo anche quel riferimento, cosa sarebbe rimasto a certificare le mie capacità, senza paragoni? Eppure non potei evitare di allontanarmi da loro. Si era creata una distanza tra le nostre visioni e io non conoscevo mezze misure, a quel tempo. Per certi versi non le tollero neanche ora.
Arrivò ADAPT 2, lo standard. Scelsi la strada più difficile e mi allenai seguendo la tabella del primo adapt 2, quello che fece Gato, il mortal kombat. Mi allenai duramente con degli obiettivi, li raggiunsi e superai l'esame. E cosa dimostrava questo? Era qualcosa, ma sentivo dentro di me un vuoto da colmare.
Lentamente si è fatto strada in me.. qualcosa. Non so se chiamarla una tendenza o un bisogno. Ma ho iniziato a sentire una chiamata. Qualcosa che da lontano mi chiamava ad essere, più che a fare. Il sussurro di una voce lontana che iniziava a dire che non c'era più tempo da perdere nel praticare una pratica che non era la mia. Nel parlare in un certo modo "perchè ho sempre fatto così", nel fare parkour in un certo modo "perchè il parkour è questo". Soprattutto nel dar voce alla rabbia che ho coltivato fin da bambino. E così, dopo l'innamoramento candido ma cieco verso quello che chiamavo Zen, mi sono riavvicinato alla pratica buddhista con un approccio più adulto. Informale, eterodosso. Parlandone meno e a praticando di più. Ho iniziato a leggere i testi cercando di capirne almeno il messaggio più pratico da portarsi a casa, i concetti chiave, qualcosa che mi potesse essere utile qui ed ora, che potesse darmi strumenti di azione. Mi sono preso il tempo, nelle sessioni di Zazen la sera davanti a un muro bianco o nelle lunghi notti solitarie nel bosco, davanti al fuoco, per chiedermi chi sono davvero. Cosa voglio davvero. Oltre la maschera del personaggio chiamato Ghost.
La mano sulla spalla delle quattro nobili verità
La chiamata di quella voce si è fatta via via più presente, più costante nella quotidianità. In alcuni momenti di certi trekking o di certi allenamenti, per pochi istanti, ho vissuto dei momenti di vera bellezza e di vera presenza nel momento. E difficile da spiegare perchè se da una parte quei momenti sembrano delle rivelazioni spirituali trascendentali, dall'altra sapevo che non erano altro che l'aver aperto, per un attimo, il cuore e gli occhi alla realtà e alla sua bellezza. E niente di più. Davvero. Ma cos'era quella voce?
Negli ultimi due anni, almeno, sono rimasto in ascolto per essere sicuro di non averla fraintesa. E penso di aver capito cosa mi dica e da dove provenga quella chiamata. Chiamata che altro non è che la mia voglia di essere me stesso e di fare quello che il mio cuore mi chiede di fare. Tutto qua.
Pensavo di cercare la prestazione, invece cercavo la bellezza. Cercavo la poesia Ci sono stati dei momenti, allenandomi o allenando altri, nei quali sono stato incantato dalla bellezza dell'essere lì, dell'idea stessa che degli umani vogliano conoscersi intimamente e migliorare sè stessi. E che usino come strumento per conoscere sè stessi il saltare da un punto a un altro con controllo, eleganza e riempiendo un vuoto tra due superfici del pianeta. Che si mettano alla prova affrontando la paura di ferirsi o di morire, che spingano i propri limiti mentali e fisici solo un metro più in là. Solo per vedere se si può. E ho trovato in questo una bellezza che si concilia con l'estetica della poesia occidentale e con quella estetica orientale e buddhista che mescola impermanenza e commozione. Perchè commuoversi per una bellezza che durerà un solo istante, come una foglia autunnale che cade? Perchè emozionarsi per l'idea che col mio corpo riesca e colmare un vuoto tra due tetti, quando fra qualche decennio questo corpo sarà polvere e nessuno si ricorderà delle nostre imprese?
Ecco.
Ho trovato in questo apparente paradosso la mia poetica della pratica, i colori ad olio con cui dipingere questa vita e questa disciplina.
Ho imparato, come Sisifo di Camus, la libertà nonostante quel maledetto masso, dopo aver intrapreso la rivolta.
Come forse avrai intuito, l'ADD/parkour è solo un mezzo per raggiungere qualcosa che si potrebbe raggiungere anche senza salti. L'arte del disporre i fiori, di cuocere il riso o di pulire cessi sono possibili espressioni della stessa arte ed epica. La stessa dell'alpinismo. Io voglio fare il manpower per scoprire che il manpower non è altro che un vuoto tra due superfici che si colma in qualche frazione di secondo in aria. Ma devo farlo, per capirlo a un livello che non sia solo teorico. Sono ancora in mezzo all'odissea e non posso dire cosa troverò tornando a Itaca, ma ci voglio arrivare. Questo per dire che sento di essere lontano dalla realizzazione, ammesso che ne esista una. Persino il Buddha non perse le sue cicatrici, una volta raggiunto il Nirvana. Quindi probabilmente c'e' solo da farsi una gran risata, dopo essermi preso così sul serio.
EPPURE
eppure questa chiamata, questa voce che allunga le braccia verso di me come una sirena, ha prodotto anche un cambiamento reale del mio parkour. Nel momento in cui sto scrivendo questo post ho 37 anni e a parte l'infortunio di gennaio '26 non ho mai saltato così bene. Sono sicuro, sento con certezza che è l'aver abbandonato alcuni attaccamenti che mi ha permesso di migliorare e di lasciarmi alle spalle alcuni dei maggiori ostacoli. Paradossalmente, ora che mi interessa sempre meno essere performante , lo sono sempre di più. Ho meno paura delle altezze. Sblocco/apro/rompo salti in una frazione del tempo che impiegavo prima. A volte e sempre più di frequente li apro al primo colpo, se ho la possibilità di concentrarmi per qualche secondo. Una cosa mai successa prima. Vedo e faccio, talvolta. Pur essendo sempre consapevole delle conseguente di una caduta in certi salti, soprattutto ora che non ho più 16 anni, vivo la paura come un dialogo. So quando è il caso di dire di no, e il farlo mi fa sentire in pace con me stesso, al contrario del tempo della rabbia e dei pugni stretti davanti al masso cieco e sordo che era un salto.
Non c'e' una comunità. Oppure si?
L' infortunio che mi è capitato mi ha dato tempo per riflettere su uno dei temi che mi ha sempre fatto soffrire e amare questa pratica: il Sangha, la comunità. E ora credo di aver preso consapevolezza di cosa mi faceva soffrire così tanto e di essermene liberato un po'.
Per anni ho pensato alla comunità come a questa grande entità che sommava in sè tutte le virtù di tutti i praticanti, dai grandi fondatori all'ultimo corsista nato ieri. Una sorta di essere incorporeo che mi osservava e giudicava la mia pratica e il mio comportamento secondo il suo rigido codice morale (vi ricorda qualcosa?) Questo pensiero mi dava conforto, perchè in esso mi potevo rifugiare e potevo giudicare a mia volta gli altri secondo il mio/suo codice morale, proprio come un fanatico religioso.
Poi a gennaio mi sono fatto male. Ho passato troppo tempo sui social. Ho osservato competizioni, insegnanti improvvisati, influencer, content creator di parkour, televenditori che trattano i corsi come un soggetto di marketing. E se prima mi sono limitato a pensare che la comunità fosse morta, ( la comunità dei fondatori, quella del Lario, di Gato, dei raduni di una volta, del potenziamento tutti insieme fino all'ultimo) ora ho realizzato che la comunità come ente autoconsistente non esiste.
La comunità è fatta da singoli individui. Ognuno con i suoi vizi e le sue virtù. E' fatta da umani, fallibili, brutti e belli e giusti e sbagliati tutto insieme, esattamente come me.
Anche l'aver chiuso i rapporti con quasi tutti i praticanti con i quali sono cresciuto e coi quali ho combattuto mille battaglie mi ha permesso, tutto sommato, di tornare un pò a certi periodi della mia vita e anche all'inizio della pratica, quando la ricerca e gli allenamenti erano solitari. Diventando adulti si abbandonano certi attaccamenti ma si diventa anche più rigidi nelle proprie convinzioni. Ognuno così prende la propria strada, che non sempre coincide con quella delle persone a cui si ha voluto bene. Ho potuto vedere quanto io stesso fossi attaccato al concetto di comunità e ancora di più mi sono accorto di quanto avessi delegato a questo concetto molta della mia serenità. Mi spiego meglio: per molto tempo ho creduto di dovermi allenare da solo, per non dover contare su nessuno nell'affrontare la mia paura ( cosa più facile, quando mi allenavo in gruppo). Poi ho scoperto l'enorme potenziale del sentirsi parte di un gruppo, dello spingersi a vicenda e crescere insieme. E così, anno dopo anno, raduno dopo raduno pensavo di aver trovato finalmente una famiglia. Poi ho rovinato quasi tutte queste profonde amicizie. E sono tornato a muovermi quasi sempre da solo, a parte la compagnia di poche, belle persone che hanno la pazienza di sopportare il mio brutto carattere. Ora c'e' stato l'infortunio. Ora mi sto riappropriando della solitudine, nei parchetti in cui vado a fare i miei esercizi di riabilitazione. Ho pagato il prezzo salato del mio carattere con l'allontamento di vecchi amici considerando sempre prima le mie, di responsabilità. Troppo facile rintanarsi nel vittimismo di quelle degli altri.
"Non c'e' uomo, per quanto saggio, che in un certo periodo della sua giovinezza non abbia pronunciato parole o addirittura condotto una vita il cui ricordo gli risulti sgradevole e che vorrebbe poter cancellare. Ma non deve assolutamente rammaricarsene. Perchè non può nutrire alcuna certezza di essere diventato saggio, nella misura in cui ciò è possibile, se non è passato attraverso tutte le incarnazioni odiose o ridicole che devono precedere quest'ultima incarnazione".
Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore
Com'e' cambiato il mio allenamento?
svolgendo tre lavori diversi il tempo per allenarmi si è ridotto molto, ma invece di farne un problema, questo ostacolo mi ha condotto quasi automaticamente a cambiare il mio approccio alla pratica.
-Le mie sessioni di allenamento ora sono divise in modo più netto tra tecnica e condizionamento fisico, pur non disprezzando, ogni tanto, una sessione lunga alla vecchia maniera, con il condizionamento fisico prima della parte tecnica, tanto per non perdere l'abitudine a mantenere alta la qualità da stanco;
-Le sessioni tecniche hanno quasi sempre degli obiettivi, anche se piccoli. In questo modo non perdo tempo saltando a caso ma lavoro su qualcosa di specifico. Di solito lacune tecniche da colmare, salti singoli in sospeso da tempo o temi, come i percorsi, la velocità , il flow e cosi via.
-Le sessioni di condizionamento fisico vanno ora verso obiettivi specifici, siano essi di forza, di resistenza o verso lo sviluppo di qualche skill. Il condizionamento fisico è diventato un po' più organico, anche se non quanto dovrei. Dopo una vita di allenamento per un fitness generale ora mi concentro su obiettivi specifici, ma senza impazzire e senza fretta
-Le sessioni brevi che posso permettermi in settimana possono consistere anche su qualità che si, richiedono attenzione ma non la massima concentrazione possibile, essendo stanco dopo il lavoro. Quelle nel we possono includere vecchi e nuovi breaking jumps, fare le cose con calma, inserire della pratica interna, cazzeggiare negli spot ed esplorare.
-Nei ritagli di tempo veramente limitato vado a correre, anche solo per meritarmi la doccia. Mi rilassa e trovo la corsa un' attività meditativa;
-Le mie sessioni di allenamento ora sono divise in modo più netto tra tecnica e condizionamento fisico, pur non disprezzando, ogni tanto, una sessione lunga alla vecchia maniera, con il condizionamento fisico prima della parte tecnica, tanto per non perdere l'abitudine a mantenere alta la qualità da stanco;
-Le sessioni tecniche hanno quasi sempre degli obiettivi, anche se piccoli. In questo modo non perdo tempo saltando a caso ma lavoro su qualcosa di specifico. Di solito lacune tecniche da colmare, salti singoli in sospeso da tempo o temi, come i percorsi, la velocità , il flow e cosi via.
-Le sessioni di condizionamento fisico vanno ora verso obiettivi specifici, siano essi di forza, di resistenza o verso lo sviluppo di qualche skill. Il condizionamento fisico è diventato un po' più organico, anche se non quanto dovrei. Dopo una vita di allenamento per un fitness generale ora mi concentro su obiettivi specifici, ma senza impazzire e senza fretta
-Le sessioni brevi che posso permettermi in settimana possono consistere anche su qualità che si, richiedono attenzione ma non la massima concentrazione possibile, essendo stanco dopo il lavoro. Quelle nel we possono includere vecchi e nuovi breaking jumps, fare le cose con calma, inserire della pratica interna, cazzeggiare negli spot ed esplorare.
-Nei ritagli di tempo veramente limitato vado a correre, anche solo per meritarmi la doccia. Mi rilassa e trovo la corsa un' attività meditativa;
L' insegnamento
Un'altra cosa essenziale che ho trovato, dopo aver insegnato per 12 anni, è che il parkour si può imparare ma non si può insegnare.prima di andarvene arrabbiati per questo apparente paradosso cerco di spiegarmi.Ho fatto delle scelte personali e in quanto personali possono essere condivisibili oppure no, ma sono le scelte che ho operato dopo molto tempo passato a rifletterci su e a lavorare. Scelte che ora metto in lista e che poi descriverò.- Ho scelto di non insegnare più ai bambini
- Ho ammorbidito in parte il modo di insegnare agli adulti
- Il parkour è per tutti, ma non tutti sono per il parkour
- Ho capito che il parkour si può imparare ma non si può insegnare
Il primo punto è il più semplice da spiegare, per me. Sarò onesto e non lo farcirò di troppa filosofia. Adoro condividere la mia esperienza con le persone che vogliono imparare questa disciplina, ma io non sono mai riuscita a viverla come un gioco, sebbene negli ultimi anni riesca a viverla con più leggerezza. Questo a un certo punto mi ha fatto credere che il parkour fosse una cosa da grandi. Troppo profondo per essere trasmesso a una banda di cosini urlanti e infantili che vogliono solo giocare. Poi ho capito che il parkour può essere uno strumento potentissimo per la crescita dei piccoli. Può far crescere la fiducia in sè stessi, la responsabilità, le capacità fisiche per giocare con maggiore sicurezza e migliora le capacità sociali. Quindi non dovevo raccontare a me stesso balle sulla profondità della disciplina e sull'incapacità dei bambini di apprezzarla. Quando finivo di fare il mio corso bambini ero consumato, a volte svuotato di energia ed entusiasmo. Poi ho capito che io non sono portato. Non ho nè la vocazione nè il talento. Ma soprattutto i bambini non mi piacciono. Per niente. E così, almeno per adesso, fine di questo capitolo. Io sono fatto per lavorare con adolescenti e adulti.
Sono stato accusato di avere un approccio elitario e non democratico all'insegnamento. Un approccio duro. Eppure sento di aver ammorbidito molto il mio approccio alla pratica. Aver iniziato ad essere più gentile con me stesso mi ha portato inevitabilmente ad esserlo anche con i miei corsisti e con chi partecipa a un mio workshop, cosa di cui ho chiesto anche conferma a chi alleno da tanti anni e ha potuto osservare tutto il processo di cambiamento. Certo, quando ci si allena ci si allena. Si fa sul serio e ci si deve confrontare seriamente con la propria debolezza fisica e mentale, con la propria paura. Altrimenti si perde certamente il lignaggio di una disciplina che chiede tanto ma che dà anche tanto a chi si impegna. Non è un gioco, quando si affronta un breaking jump potenzialmente fatale o una sfida fisica che si è decisi di iniziare. Però questo nel rispetto della della persona, che è unica e alla quale va cucito su misura l'approccio da adottare. Qui sta la differenza tra inclusività ed equità. Chiedetemi di persona quando ci incontreremo, in cosa consiste questa differenza.

Evry, 2015
Non ho mai escluso nessuno dal mio corso, ma più volte ne ho cacciati da un allenamento in particolare. Vige per me un codice morale minimo che riguarda prima l'educazione/rispetto e poi le regole del parkour, e chi non riesce a rispettarle viene prima avvisato, poi invitato a non venire quella volta, e solo successivamente, se non dovesse aver capito come funziona il gioco e le sue regole, invitato a riflettere se il mio corso è il più adatto a quella persona o se forse ha bisogno di un approccio diverso, che altri insegnanti possono offrire. Non ritengo che il mio approccio sia il migliore. E' solo il mio. Si arriva puntuali, quando si può. Si rispetta il proprio corpo, i compagni di allenamento e il proprio insegnante.In ascolto delle proprie condizioni psico fisiche si fa quello che si riesce senza sottrarsi per pigrizia. E i breaking jump che propongo almeno si guardano, prima di valutarli. Come si assaggia un piatto nuovo prima di poter dire se ci piace o no. Senza giudicare a priori.
Infine il parkour si può imparare, ma non si può insegnare. Io non insegno. Io sono solo uno che ha fatto molta esperienza facendo molti errori. Non intendo risparmiare le persone che si allenano con me dai loro. Non li imbocco. Non li coccolo, non faccio tutorial e non indico scorciatoie. E soprattutto non ho più la pretesa di accendere in loro il fuoco della pratica. Ho capito che non è possibile. Un buon insegnante può solo, se è vero maestro, soffiare su delle braci già presenti o alimentare con cura e amore la fiamma che ognuno ha in sè. Per fare questo però non si deve rendere la vita facile alle persone. Non alleno in palestra. Niente luce, niente riscaldamento. Il corso non è sospeso se piove. Se mi chiedi se è possibile morire sbagliando il salto ti dico di si, e lo dirò sempre. Lo spotting te lo faccio il meno possibile. Se hai un bastone te ne do uno. Se non ce l'hai ti tolgo anche quello che non hai.
- Ho scelto di non insegnare più ai bambini
- Ho ammorbidito in parte il modo di insegnare agli adulti
- Il parkour è per tutti, ma non tutti sono per il parkour
- Ho capito che il parkour si può imparare ma non si può insegnare
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