mercoledì 25 marzo 2020

La porta senza porta

Come molti che sono costretti a casa da questo virus e da questo momento storico mi sono ingegnato anche io nel creare una routine da seguire che includesse allenamento, lettura, scrittura e l'apprendimento di nuove skills. Oltre a questo pochi giorni fa il mio 31esimo compleanno, festeggiato con challenge proposte dai miei allievi, alcune fisiche altre mentali. Prove interessanti chi mi hanno divertito. Fino a quando un caro amico, l'Uomo Ozioso in persona, con un sorriso amichevole e laconico mi ha invitato a risolvere un koan.

Poche e semplici regole.


Immobile. In piedi contro un muro bianco. Gli  occhi aperti. Per un'ora. In silenzio.

Qualcosa di semplice, ms lontano dall'essere facile.  Nel momento stesso in cui sentivo le sue parole descrivermi la sfida durante la videochiamata ho sentito dentro quell' emozione. Quella di molte sfide e battaglie già combattute.  Quella che si prova la notte prima di partire per un viaggio. Era da diverso tempo che non tentavo una sfida simile, puramente mentale..eppure così fisica! A dir la verità non avevo mai provato qualcosa di questo tipo. l'incontro, o forse lo scontro della mia volontà contro un muro inamovibile. 
Un muro bianco. 
Tutto quello che è successo tra la prima e l'ultima campana rimane un processo interiore. Non per un qualche esoterico segreto, ma solo perchè ha senso leggerne e parlarne solo dopo che lo si è provato.
E' difficile spiegare i motivi che mi spingono a fare queste sfide, e spiegare in che modo c'entrano col parkour. Però posso invitare chiunque a provare. Provare e capire cosa si prova. sono esperienza particolari e personali che secondo me ognuno dovrebbe sperimentare sulla propria pelle per capirne il valore, o l'assenza di valore.  Come ho detto è soggettivo.  Prova. 

Una porta senza porta. Ma che forse porta ad altre porte.




martedì 10 dicembre 2019

geocaching ed esplorazione

Breve racconto delle prime esperienze nel mondo del Geocaching


 Sostanzialmente è un gioco in cui si usa un Gps  (anche quello dello smartphone può andare nonostante non sia il massimo in termini di precisione) per trovare degli oggetti, le cache appunto. All' interno si trova il logbook. un pezzo di carta in cui scrivere data e firma. si rimette tutto via e fine.  Perchè è così interessante?
 Ovviamente perchè facendo parkour ed amando la natura mi sono messo subito a cercarne qualcuna tra i boschi e le rocce delle mie montagne. Una bella occasione non solo per ricominciare con le escursioni, ma per esplorare nuovi angoli del territorio. Ma anche per allenare vista,  tatto, ingegno e  attenzione ( in un momento in cui la gente e persino i traceurs sembrano avere la soglia di attenzione di un pesce rosso). Siamo ancora cacciatori- raccoglitori, anche se scriviamo sugli smartphone e l'unica cosa che cerchiamo e raccogliamo sono gli sconti su Amazon. Come ha scritto il buon Gato nei link che vi ho messo sopra, l'uomo ha delle pulsioni scritte nel DNA, e l'esplorazione, la curiosità di conoscere il proprio territorio e il cercare e trovare cose sono spinte fortissime. Il parkour vuole essere una risposta a queste pulsioni. Proviamo a reinterpretare gli spazi in cui viviamo e nei quali a volte ci sentiamo confinati.  Cerchiamo nuovi modi di vivere delle barriere sforzandoci di trovare nuove soluzioni. O nuovi problemi in un mondo dove ogni cosa ci viene imboccata, premasticata e spesso predigerita.
Per quanto riguarda la missione di oggi rinominata "operazione recupero cache veloce" il mio proposito era di tornare nei posti già esplorati 3 giorni fa dove non sono riuscito a trovare le famigerate cache( complice la mancanza completa di internet nella valle, vantaggio e svantaggio insieme) e trovare le 2 su cui mi ero impuntato. La prima di fronte alla cascata, raggiungibile solo guadando e muovendomi lungo il greto del torrente, la seconda più in alto e più lontano nella valle. Obbiettivo : raggiungere entrambe le zone e trovare le cache entro un'ora.

Faccio partire il tempo appena parcheggiato l'auto e inizio a correre. Zainetto minimale da 10 litri con materiale foto video, kit medico, kit fuoco e vestiti. Temperatura tra i 3 e gli 11 gradi. Molti, per questa zona e questo periodo. Corro sul sentiero fino all'inizio del torrente, che dovrò costeggiare per circa 200 mt verso monte.  Parkour vero qui. passi piccoli e rapidi, adattarsi rapidamente a rocce umide, fango e foglie è necessario per non finire col culo a terra. Raggiungo in fretta la zona di caccia di fronte alla cascata e inizio a cercare con l'aiuto, come unico indizio, di un paio di screenshot del luogo preciso in cui dovrebbe essere nascosta. In natura è molto più facile nascondere qualcosa e molto più difficile trovarla. Trovato rapidamente, firmo e rimetto a posto. Un paio di foto veloci e riparto velocissimo,  saltando tra i sassi emersi del torrente e scivolando inciampo. Mentre cado riesco a mettere le mani su altri sassi e mi risparmio un bagno. Fino a quando devo decidere se rifarmi tutto il fiume e il sentiero per poterne prendere un'altro alla volta della seconda cache più a monte...o se tagliare direttamente e arrampicarmi. odio arrampicare, è una della mie debolezze. Ma dopo l'avventura con Perez sulle dolomiti ho più fiducia nel mio free solo e decido di farlo. La roccia è bagnata, sempre in ombra, ed è un'ardesia mista a vene di ferro no particolarmente compatta.
Qui la via seguita. Un tentativo , zero errori a disposizione.














Una volta superati i circa 10 mt di roccia il pendio è ripido ma erboso, e proseguo in quadrupedia, attento ai ricci lasciati dai castagni. Raggiungo il sole e il sentiero una cinquantina di metri più in alto e dopo aver bevuto al volo proseguo in corsetta leggera sul sentiero verso la seconda cache, da qualche parte 4oo mt in linea d'aria più avanti, nei pressi della vecchia miniera d'argento. Una volta raggiunta guardo sul telefono l'indizio: la foto di un'albero sotto il quale dovrebbe esserci la cache.
Trovata!! mancavano 10 minuti allo scadere del tempo. Ma questo è solo l'inizio. Appena completata la missione ho provato a esplorare la miniera abbandonata, ma ho dovuto interrompere alcune decine di metri dopo l'entrata per mancanza del materiale speleologico che servirebbe.  Mi sono comunque inoltrato abbastanza dentro e giù, essendo in discesa verso le viscere della montagna. Superando un paio di brutti pozzi e usando mani e piedi sulle pareti della miniera per scavalcare una specie di vasca rettangolare di un paio di metri di lunghezza profonda circa venti metri,  Un tratto affascinante ma psicologicamente difficile. Mi ritengo soddisfatto per oggi.



Il valore dell'esplorazione 
Credo che l'esplorazione  non sia qualcosa di diverso dal parkour. Per iniziare a capire cosa significa essere umani che esplorano date un'occhiata qui ma anche qua per non parlare del (LEGGI QUI ORA).
 Per molti della mia generazione di praticanti è sempre stato scontato allenarsi e creare percorsi in qualsiasi ambiente oltre alla città ( nel grigio mondo a 90 gradi). Se scopo del parkour è imparare a superare qualsiasi tipo di ostacolo, muoversi su terreni irregolari, affrontare superfici scivolose, imprevedibili, cambiare tecnica di salto, corsa e arrampicata mi sembra l'essenza stessa della nostra pratica: l'adattabilità. 
Quindi il Geocaching è per me solo un motivo in più per uscire e affilare le mie abilità umane (sul fatto che le skills che voglio lavorare siano utili o no in questa epoca e in questo contesto sociale possiamo discuterne). 

Come correre, 
orientarmi, prendere rapidamente decisioni, arrampicare, fare un riparo, un fuoco, nascondermi alla vista di persone e animali e via dicendo. 
Dalle mie parti oltre alle superfici visibili e pulite delle città ci sono parco giochi per tutti i gusti: Montagne, boschi, grotte naturali, tunnel artificiali, fogne, miniere, archeologia urbana. e molto altro. Tutti posti dove si suppone uno non vada. Ed io, curioso e per mia natura schivo trovo in questi luoghi dei  templi dove contemplare le mia paure, la mia voglia di vedere e di muovermi la dove non va nessuno. Ora che ci sono anche dei tesori da trovare non vedo l'ora di uscire a sporcarmi di nuovo!















venerdì 20 settembre 2019

bipedi e quadrupedi

Quali sono gli ingredienti per una grande avventura? Non me lo ero ancora chiesto, anche se li avevo già incontrati, in passato.  Ma quest' anno ho vissuto da vicino delle esperienze che ho voglia di condividere. Ho trovato la risposta  a questa domanda, durante il 2019.








Bipedi


Ad agosto ho fatto una parte del cammino di Santiago, un viaggio che volevo fare da tempo, anche se non lo sapevo.  Dopo un' anno difficile e intenso mi ha preso di nuovo forte il desiderio di viaggiare solo, e cosa c'è di meglio di un cammino lungo e solitario ( ho scoperto esserci molte forme diverse di solitudine, camminando) per fare i conti coi propri pensieri?

 Il viaggio in auto, bus, auto, aereo, bus, treno e taxi (messo gentilmente a  disposizione dalle ferrovie francesi) per arrivare a Saint Jean Pied De Port, l'inizio ufficiale del Cammino Francese.  Perdere il primo giorno la felpa, poi la bandana che avevo da anni. Lavarsi ogni giorno calze e mutande. E camminare, camminare, camminare.  Così semplice eppure non facile. Il mio corpo arrogante credeva di poter gestire quel genere di fatica senza una piega, così abituato all'allenamento. Stupido corpo e stupida mente. Stupido me, che non avevo idea di cosa mi avrebbe aspettato.  Nelle settimane seguenti ho appreso lentamente la lezione.  Ho scoperto che i bisogni davvero fondamentali sono pochi e facili da soddisfare: mangiare, riposare, lavarsi. Ho imparato lentamente, giorno dopo giorno, qual'era il mio ritmo. I primi giorni, tutto preso dall'emozione di essere sul cammino e di vedere altri pellegrini non sapevo cosa fare, quando partire , dove riposare, quanti km fare ogni giorno, come affrontare il dolore. 
Poi, lentamente, ho rallentato.

Non aveva più importanza che  tutti mi sorpassassero. Ho ascoltato sempre meno musica o radio, per avere compagnia. Volevo ascoltare tutto il vocìo costante della mente, osservare me, il paesaggio immenso che cambia pianissimo ora dopo ora, tra i Pirenei o negli infiniti campi di grano della meseta. A volte l'ampiezza del panorama, così diverso da quelli cui sono abituato, mi stordiva con la sua bellezza.  C'era qualcosa di commovente nel realizzare che stavo facendo a piedi e con le mie sole forze un pezzo di mondo, che il paesaggio cambiava lentamente ma costantemente solo grazie al mio camminare. Una percezione non ovvia, però. Questo sapere non era "in circolo" dentro di me: era una riflessione che a volte facevo, ma emergeva a tratti. Non era una consapevolezza costante. E quando accadeva mi veniva quasi da piangere dall'emozione. Certo, sapevo che tutto cambia in continuazione e che tutto è condizionato. Dopotutto ho scelto di fare il Cammino anche per approfondire il mio zen.
 Il dolore ai piedi e alle gambe, compagno costante insieme alla ghiaia del sentiero era a volte forte altre meno, ma persino zoppicando con un ginocchio dolorante e i piedi pieni di vesciche  ero contento di quello che stavo facendo.

 E poi eravamo tutti nelle stesse condizioni. Quando la sera mi fermavo in un albergue reincontravo le persone viste ore o giorni prima sul cammino, mentre si stendevano stanchi sul letto,  lavavano i vestiti o curavano le vesciche con ago e filo. Queste sensazioni così basilari e condivise creavano un'empatia chi mi scaldava il cuore. soprattutto negli albergue parrocchiali o donativi, quelli antichi, belli, tutti pietra e travi di legno tarlati, magari senza wi fi. Con una semplice cucina, i letti, le scale di pietra irregolari...bellissimi. Intimi. Se decidete di fare il Cammino cercate quelli. non rimane molto dello spirito del cammino, se cercate le comodità a ogni costo. Quando ti accorgi che gli altri stanno soffrendo almeno quanto te, se non di più, ricordi che non è così importante l' "io", il "mio" dolore, i "miei" bisogni.  Siamo stati in quei momenti tutti compagni di viaggio. A volte prestando un pezzo di sapone a una sessantenne tedesca, altre ricevendo una birra da un signore giapponese di 80 anni che faceva il cammino con le scarpe da città, e che, lento e inesorabile, ogni mattina erà la sulla strada a camminare piano. Molto piano, ma inarrestabile.




Probabilmente un Bodhisattva.  Dopo aver scavalcato montagne, essermi perso alcune mattine tra i campi, a ver camminato alle 4 di notte (o di mattina) nella periferia di Pamplona tra i barboni che dormivano,  fradicio d'acqua dopo essere stato vililmente schizzato dagli spruzzatori dei giardini pubblici, attraversato una foresta infestata da bruchi appesi ovunque...mangiato molti bocadillos e bevuto molte birre...ho camminato ancora. alla fine ho percoso 400 km in 14 giorni, dopodichè ho passato un we a Madrid per riposare e poi sono tornato a casa. Ora la mia concha, la conchiglia del pellegrino è appesa a un chiodo, in attesa di essere riagganciata allo zaino per concludere il Cammino di Santiago.





il confine tra Francia e Spagna con alcuni amici conosciuti lungo il cammino. 

i momenti che ho più amato. Cieli immensi e punteggiati  di nubi, l'orizzonte basso e silenzioso, il sentiero di fronte a me e i miei passi, insieme a miliardi di anni, che macinavano la ghiaia della via.






Quadrupedi

Settimana scorsa poi ho passato un incredibile we visitando per la prima volta le magiche Dolomiti, un altro sogno che avevo da tempo nel cassetto. Devo dire che non poteva essere un battesimo più hardcore. Con un caro amico siamo partiti sabato mattina da Padova per fare quella che avrebbe dovuto essere una lunga escursione e la mia prima, semplice  ferrata. Giro da diversi anni in montagna e ritengo di essere abbastanza abituato a camminare, non temevo il dislivello che avremmo fatto, benchè superiore a quelli che affronto di solito. Le Dolomiti sono di una bellezza spaventosa, come delle bellissime e crudeli regine. 
Doverosa premessa: questo mio amico voleva farmi vivere queste montagne come le amo anche io e come andrebbero vissute: lontano da tutti, dai sentieri affollati e dalle combriccole di merenderos che infestano nella bella stagione le cime. Così ha scoperto cercando in internet questa lunga difficile e insidiosa via lontano dai sentieri trafficati. un luogo isolato.



Davvero isolato. L'avventura vera è iniziata quando, dopo circa tre ore di cammino e mille metri di dislivello, è iniziata la pietraia e poi l'imbocco  della franosa e insidiosa forcella nella valle d'Ambata, poco frequentata appunto per il rischio di frane e la pendenza proibitiva. Con sempre maggiore difficoltà siamo andati avanti, faticando per il peso dello zaino, per l'altitudine e per
 la mia paura delle altezze e la poca dimestichezza nell'arrampicare. Sono passate altre 2 ore in questo modo, fino a quando la pendenza e il terreno franoso mi hanno catapultato in uno stato di breaking jump continuo, sfiorando a volte il panico quando un appiglio cedeva o un appoggio si spaccava.  A poche decine di metri dalla forcella abbiamo scoperto che il pezzo finale che avrebbe dovuto essere attrezzato con un cavo d'acciaio e dei chiodi...era là, disteso come un serpente morto dove avevamo i piedi, e mezzo scivolato lungo il pendio. Con un pezzo di cordino che avevo fortunatamente portato  il mio amico mi ha issato là dove mi ero bloccato, paralizzato non tanto dalla paura, quanto dall'unico appoggio solido che tenevo, mentre il resto scivolava giù per i 200 metri di parete sotto di noi....un momento terribile. ma Stringendo i denti ci siamo aiutati a vicenda e facendo in qualche modo ricorso a le poche energie rimaste ho spinto e tirato, come una quadrupedia dove 2 persone ti tirano per le gambe indietro, ma indietro non si poteva andare. Infine raggiungiamo la forcella, prendiam fiato e ci riposiamo prima di scendere dalla parte opposta verso il bivacco dove abbiamo trascorso la notte.
l'inizio del ghiaione già oltre il livello degli alberi.
la parte facile della via, quella ancora attrezzato.



































la sera intorno al bivacco erano solo nuvole, e alle 21 eravamo già nel nostro minuscolo lettuccio, all'interno di questa tiepida lattina rossa. Soli, senza nessuno intorno per chilometri. Poi alle 2 di notte mi sono svegliato per fare pipì... e fuori dalla porta lo spettacolo era incredibile. la valle sottostante coperta di nuvole, basse e dense come un mare, e sopra di esse la luna piena illuminava le cime come in un sogno, con una luce quasi bluastra, surreale. Ero solo. Il mio amico dormiva. rabbrividevo ma non potevo non godere qualche secondo di quello spettacolo mistico prima di rientrare. Non ho fatto foto per scelta. Quel momento rimarrà nella mia memoria, breve e intenso.
La mattina alle 6 questo era ciò che il mondo offriva ai nostri occhi:


  Dopo aver fatto una breve colazione col poco cibo rimanente e averne dato un pò a un topino che vive sotto al bivacco siamo ripartiti per la parte più lunga ma meno difficile dell'avventura, la ferrata vera e propria, che ci ha portato in cima alla spettacolare croda di Tacco. Le mie prma stelle alpine, così inaspettatamente piccole e pelosine, le cengie vertiginose attaccato al cavo d'acciaio, poi infine la cima e lunga, stressante discesa, attraversando pietraie, una densissisima foresta di pini mughi, e un bel sentiero fino al paese.








Una delle esperienze più belle ma anche più spaventose e pericolose della mia vita. sicuramente una delle più formative. ne scriverò, forse più avanti, a riguardo. Btw...Ora so, quali sono gli ingredienti
necessari a creare una vera avventura:
Disagio, sorpresa e infine...la fortuna che aiuta gli audaci. Si. perchè anche se non credo nella fortuna credo che ci siano cose che capitano a chi ha il coraggio di mettersi in giorno in molti modi diversi, e la fortuna dell'audace aiuta chi ci prova. Entrambe le avventure qui raccontate sono state piene di questi elementi, in misura e in proporzioni diverse.  Ma non abbiate paura di vivere un'avventura. ANZI..





giovedì 25 luglio 2019

Istanti



https://www.youtube.com/watch?v=CekJ9yBcOVU



Non è possibile comprimere una vita di pratica in pochi minuti. Questo è il tentativo di condividere il significato che ha per me questo viaggio. Un viaggio iniziato 13 anni fa, denso e pieno di esperienze. Davvero difficile provare a raccoglierle tutte. Ora ho 30 anni e il viaggio continua, ma senza alcune persone questo viaggio sarebbe stato solitario e noioso. Con alcune di queste persone ho condiviso tutto, lunghi giorni e difficili notti. Sfide, sangue, calli e mattoni, ruggine sole pioggia e neve. Questo video è anche un tributo ad un amico e maestro che ha lasciato questa vita. Ma il suo esempio continuerà a guidare molti di noi verso la propria liberazione personale. Ciao Gato. Non sei mai andato via.

 Questa è la mia pratica.
 Qualcosa che mi ha dato tanto e che mi chiede tanto, e alla quale ho voglia ancora di dare, come un amore. Il mio parkour, un pezzo del mio cammino.
"Di sicuro non la pratica perfetta, ma la mia pratica, alla quale non voglio negare valore."-Ravi Semenzato

martedì 18 giugno 2019

Progammazione dell'allenamento per il parkour

So di essere l'ultimo arrivato a parlare di programmazione dell'allenamento del parkour. Ovviamente mi rendo conto che ci sono migliaia di pubblicazioni scientifiche sulla necessità di programmare e sono già molti i praticanti che lo fanno,  ma ho deciso di scriverne per riportare la mia diretta esperienza da sei mesi a questa parte.
Mi sono allenato per una vita in maniera del tutto istintiva, autodidatta e piuttosto ignorante, per poi inventarmi dei programmi con obiettivi troppo generali o ideali. Certamente coi volumi atroci che tenevo ho raggiunto dei risultati, ma solo se prima non mi annoiavo o non subivo un infortunio.  Obiettivo raggiunto comunque lentamente e spesso senza aver tenuto conto della dovuta progressione (e qui torniamo al punto precedente, infortuni e noia).
Invece ho scoperto un lato debole della mia disciplina, iniziando a programmare: sapere di dover fare  quel dato tipo di lavoro quel giorno, qualunque cosa accada e mettersi là a farlo senza trovare scuse è maledettamente difficile. Ho una mente pigra, ma credevo che sarebbe stato facile, visti i miei trascorsi di volumi e intensità di lavoro. E invece mi sono ritrovato a imprecare a denti stretti.
Da quando sono entrato nel magico mondo della programmazione ho capito che se si vogliono raggiungere dei risultati seri, consistenti e duraturi bisogna fare un lavoro serio, consistente e protratto nel tempo, pena il rischio di guadagnare tanto nel breve termine ( in termini di forza e mobilità) per poi raggiungere presto un plateau, o anche di perdere altrettanto velocemente la forza acquisita.
Quindi qui parlerò di cosa sto scoprendo sperimentando una programmazione da autodidatta basata sugli obiettivi che mi pongo io e su come risponde il mio corpo agli stimoli, che non sono ancora ben disciplinati e continui (lavoro, corsi, pigrizia a volte mi fanno saltare delle sessioni...ok, solo pigrizia! non ci sono scuse).


Ci sono dei pro e dei contro nel programmarsi un ciclo di allenamento:

PRO

  • si impara molto più sul proprio corpo in una settimana di allenamento programmato che in un mese di allenamento casuale, visto che probabilmente il tempo totale accumulato è in realtà maggiore nel primo caso, che non nel secondo, nonostante la percezione;
  • Ho scoperto quanto poco so sulla teoria dell'allenamento, cosa che mi ha costretto a impegnarmi per imparare qualcosa che andasse oltre il pompare a testa bassa; 
  1. ponendosi un obiettivo reale a breve termine si è più incentivati ad allenarsi, poiché si vede che si sta percorrendo una strada che porta da qualche parte, piuttosto che verso un orizzonte infinito;
  • si ha la libertà di inserire qualunque esercizio ci piaccia, quindi non rischiamo di annoiarci. Anche se poi non bisogna dimenticare che non possiamo fare solo quello che ci piace, ma anche quello che è necessario; 
CONTRO:

  • Frustrante, mettersi li a fare quei cazzo di quattro esercizi necessari, quando preferiremmo uscire a saltare il liberà. 



Conclusioni 
La via alla conquista della forza del demonio è questa:

  1. porsi dei piccoli obiettivi mensili, che con 3 o 4 settimane di lavoro siano raggiungibili (almeno per iniziare, poi si può alzare lo sguardo verso cime più lontane).  
  2. Fare pochi esercizi mirati e farli con la massima qualità possibile. Disperdersi in mille esercizi fa perdere tempo ed energia preziosa, per chi come me lavora e non ne ha da sprecare.
  3.  Lavorare con CONSISTENZA:  il corpo ha bisogno di uno sforzo ripetuto, per costruire forza e i necessari schemi motori. 
  4. Diluizione: fare l'esercizio x una volta alla settimana dando tutto è meno efficace che spalmare lo stesso volume di lavoro in 3 sessioni. Qualunque skill richieda settimane di lavoro si perde in settimane. quelle che costruirai in anni dureranno anni. 
  5. Ascolta il tuo corpo: qualunque messaggio ti mandi va ascoltato e intrepretato, non ignorato credendo che il "no pain no gain" sia il vangelo. 
Consiglio bonus: picchiare giù come un fabbro. Senza se e senza ma. Ma con calma. cammina, non correre. Ma cammina all'infinito. Allenati per la maratona, non per i centro metri. Fai il tuo riscaldamento, fai la tua cazzo di routine. Poi puoi anche spegnerti.

mercoledì 6 febbraio 2019

Minimalismo

Alcuni mesi fa, dopo un allenamento, vagavo in un negozio di articoli sportivi alla ricerca di un nuovo paio di scarponcini. Giro tanto nei boschi, e col tempo ho capito quanto sia importante avere delle buone calzature. Ne trovo un paio interessante, lo provo. Calzano come un guanto...eppure qualcosa non andava. Strano, perché di solito comprare materiale da escursionismo e campeggio mi rende felice. Comunque quella sensazione è durata solo un attimo e se ne è andata. Come faccio di solito mi sono aggirato ancora per un pò nel negozio, per valutare i pro e i contro di quel paio di scarponcini. Poi un pensiero è sorto: hai già un paio di scarponcini. Sono consumati, non tengono più l'acqua, d'accordo, ma possono ancora portarti lontano. Ti occorre DAVVERO un nuovo paio di scarpe? E la risposta era no. Me ne sono andato dal negozio. Tornato a casa mi sono imbattuto su youtube in un ragazzo che faceva riferimento a un documentario visto su Netflix, un documentario sul minimalismo.
Questa parola mi ha incuriosito, così sono andato a vedermelo.

per sei mesi ho riflettuto e sperimentato questo approccio alle cose. Con qualche errore, andando per gradi e per tentativi ho voluto comprendere cosa significa quello di cui parlavano i ragazzi del documentario, ma senza limitarmi a imitare il loro stile di vita. Ogni persona è diversa e benché possano essere simili i motivi che ci spingono a fare qualcosa non significa che dobbiamo farla allo stesso modo. Ho iniziato a guardarmi intorno, per casa. E a farmi delle domande: quante delle cose che vedo mi servono davvero? Quante ne uso? Con quali ho un legame di affetto? Quali hanno un valore, che non sia meramente economico?  Non sono mai stato attaccato agli oggetti materiali. Ricordo che da bambino avevo pochissimi giocattoli, ma ai quali ero molto affezionato. un peluche, alcune biglie. Il resto me lo costruivo. E dopo una ventina di traslochi si impara a portare con sè solo l'essenziale.
Quando ho iniziato a lavorare da ragazzino vivevo stipendio per stipendio. Erano i primi soldi che guadagnavo e finalmente potevo comprarmi le cose che mi piacevano. Fino a qua tutto normale. Libri dolci, playstation, cd, dvd, vestiti, Materiale da campeggio. Ma ritengo che  questo sia il battesimo del consumismo.
Voglio essere chiaro. Non c'è nulla di male nel compare cose. Cose che ci piacciono.
 Ma a volte è vero il contrario. Molte persone cercano di riempire un vuoto che hanno subìto nella vita con...oggetti.  Affetti, sicurezza, serenità. Quando queste cose mancano bisogna tappare le ferite che creano in qualche modo. E' qualcosa di normale e giustificabile.  Non è accettabile vivere con un vuoto. Non è ammissibile vivere soffrendo. Però crescendo questa cosa può sfuggire di mano, e il mondo intorno a noi di certo non ci aiuta: ci spinge a comprare, accumulare, collezionare. Ci sommerge di pubblicità di automobili  che danno gioia nel guidarle, di vestiti che ti renderanno interessante agli occhi degli altri. Ci invita insistentemente a comprare il telefono che possiede una fotocamera migliore di quello che hai in mano, o con un colore diverso. Sicuramente un upgrade che non può mancare. Più grande, o più piccolo, con lo schermo più largo, che fa video migliori, con i bordi stondati, che fa fare le cose due decimi di secondo più velocemente. Che ha la scocca di metallo, di avorio, di pelo di panda estinto.

Quello che ho intrapreso non è il cammino dell'eremita. Minimalismo per me non significa vivere senza niente, o isolati del mondo o in povertà. Quello che sto facendo è invece riappropriarmi di  consapevolezza, di sapere cosa mi serve realmente e cosa in realtà no.  Ma sopratutto...di significato. vivere con significato vuol dire occuparsi delle cose che contano. Occuparmi di me, delle mie passioni, delle persone alle quali voglio bene. Non voglio badare all'addobbo dell'albero di natale, che ho sempre fatto perché credevo fosse sinonimo di natale, quando, Fermandosi un minuto a riflettere, mi sono reso conto che l'ho sempre fatto perché lo facevano tutti. E' stato uno dei primi oggetti che ho buttato via intorno a novembre, nel periodo in cui di solito lo tiravo fuori dal suo sacco di plastica. Non voglio più impazzire per trovare il regalo giusto per il compleanno dei miei amici. Voglio regalare loro qualcosa che abbia significato e valore, come del tempo da passare insieme, o qualcosa che ho fatto io con le mie mani. O una busta di soldi, che serve sempre. Porto un' altro esempio: da qualche anno vivo solo. il sogno di una casa tutta mia dopo aver vissuto tutta la vita in decine di case diverse nelle quali doversi adattare a mobili brutti, usati, a stanze cupe, a case troppo grandi o troppo piccole è difficile da comprendere per chi è cresciuto sempre nella stessa, o ci ha passato la maggior parte della vita. Subito quando ne ho preso possesso ho desiderato renderla Mia. le mie cose i miei gusti i miei mobili il mio stile. Volevo che fosse la mia tana, che fosse rappresentazione esterna della mia personalità. E così l'ho fatta ristrutturare a mio gusto. l'ho arredata secondo i miei desideri. infine l'ho decorata e riempita di particolari che mio facevano star bene. O così credevo. Quando mesi fa ho iniziato a guardarmi intorno con occhi diversi sono scoppiato a ridere pensando alla mia superficialità.
Ho delegato ad un immobile e ad una serie di oggetti la responsabilità di farmi star bene e di presentarmi ad amici ed ospiti.  Mi è sembrato ridicolo.
Ma ripeto: Quello che ho intrapreso non è il cammino dell'eremita. Ho iniziato a vedere le cose in un modo diverso. Meno materialista. O forse molto di più . Materialismo per me adesso significa che gli oggetti che possiedo voglio abbiano uno scopo,un valore ed un uso quotidiano. Altrimenti sono quelli che qui si chiamano "ciapapulver".  Provo a portare altri esempi con i relativi vantaggi che sto trovando. Non si tratta soltanto di avere meno oggetti:

  • Vestiti: vogliamo parlarne? probabilmente almeno il 60 per cento di quello che hai nell'armadio non lo metti MAI. Mai. forse arriviamo all'80. Sono regali, cose comprate in offerta, cose che provate in negozio sembrava ti piacessero e ti stessero bene, ma che in realtà non metti. Io ho fatto spazio eliminando tre quarti dei vestiti che possedevo. Campana per vestiti per i bisognosi. PRO: più spazio negli armadi, meno sbatta a scegliere e spulciare tra i vestiti per quello che voglio indossare nel giorno x. Ora non devo più scegliere tra la mia maglietta preferita e le altre. Tutti i vestiti che possiedo sono i miei preferiti. Non vado più a fare il giro al decathlon per combattere la depressione e regalarmi qualcosa. Idem per asciugamani lenzuola e coperte
  • soprammobili, ciarpame vario, ricordi e souvenirs: Tengo solo le cose che mi danno gioia. Niente più televisore che non guardavo da dieci anni, niente playstation che ho venduto. ho ridotto gli oggetti da cucina. Piatti, pentole mai usate, il servizio buono della nonna, la tazza presa in viaggio. Meno cose da tenere in ordine e lavare. 
  • Viaggia leggero col cuore e con lo zaino:Per la prima volta questo inverno ho fatto un viaggio senza riportare indietro inutili souvenir. Solo foto, qualche cartolina spedita agli amici cari,  e i ricordi che mi porto nel cuore. Non mi serve guardare una statuina messa sul frigorifero che probabilmente è stata fatta in Cina (e io non ho viaggiato in Cina) per ricordarmi del viaggio;
  • Spazio in casa: Liberando spazio da oggetti inutili, vestiti, lenzuola e ciarpame vario si sono liberati dei mobili, che ho eliminato. Ho guadagnato spazio in casa per vivere. E questo significa moolto tempo risparmiato nel pulire casa. Cosa non da poco se vivi solo e non hai un maggiordomo.
  • Meno lavoro: Ho deciso di ridurre il numero delle ore che faccio in fabbrica, in cambio di qualcosa di molto più prezioso del denaro che posso guadagnare. Il tempo. Esco meno stanco, vivo di più, ho più energia per fare altro. Questo compensa totalmente i soldi in meno che guadagno. Per qualcuno sarà assurdo stare meglio con meno soldi in banca. Ma non ho mai creduto nel guadagnare tanto da avere una "sicurezza economica". la sicurezza economica non esiste.  
l'arte del distacco spirituale dagli oggetti materiali




Comprare cose ci gratifica, anche se momentaneamente.  Ma poi questa gratificazione passa in fretta. Allora serve un altro smartphone, o un paio di scarpe in più, O quel quadro da appendere in casa che darà un tocco di stile e che piacerà ai miei amici quando verranno a trovarmi. Guadagnare un follower. Ignorare i propri pensieri e lasciare che il bombardamento di distrazioni quotidiane ci sfracelli. Queste cose generano un' attaccamento che in modo lento e sotterraneo diventa morboso. E' chiaro che non si tratta di vivere con meno. ma di vivere di più, con meno. E' qualcosa che riguarda la possibilità di esistere ogni giorno con maggiore presenza. Ho appena iniziato questo percorso. Non sono un monaco Zen e non raggiunto l'illuminazione,ma sto provando a vivere più deliberatamente. Niente di speciale in realtà. Non è la soluzione dei problemi. sto Usando ogni euro che ho con più attenzione, ma più serenamente. Sto imparando il valore del tempo e della mia concentrazione. E come dicono in quel documentario: Avere troppo poco non ti permetterà di vivere dignitosamente, avere troppo semplicemente non serve. Trovare il giusto equilibrio, Avere abbastanza, è quello che ci serve.

domenica 7 ottobre 2018

Kin hin (quindici metri in quindi minuti)

Kin hin: nel Buddhismo Zen si intende la meditazione camminata che si fa tra una sessione di Zazen e l'altra. il termine deriva dai caratterci cinesi Jing "andare attraverso" ( come un filo in un ago) e Xing "camminare". Letteralmente significa "camminare dritto avanti e indietro".


un esempio di kin hin
link da aprire>>>>Meditazione camminata






Quella di oggi è stata una lunga e difficile giornata. Sono tornato in uno spot pieno di sfide da affrontare, uno di quegli spot che sa regalare una bruciante frustrazione, appena ci si comincia a muovere. Ogni praticante ne ha uno. e se non ce l'ha dovrebbe trovarlo, perché quella frustrazione è il simbolo di qualcosa da osservare con attenzione di sè stessi. Magari è un luogo con salti difficili, strani, scomodi e fuori da quello che ci piace fare di solito.  Se troviamo uno spot così o non ci vogliamo tornare ( per evitare quella frustrazione) o ci vogliamo tornare, come nel mio caso, proprio perché è frustrante.  E non è mai stato frustrante come oggi.
Giornata di sole autunnale: arrivo allo spot da solo, in un momento in cui non avevo proprio voglia di stare da solo. Ma a volte è necessario. Sono in forma, la temperatura è ideale, il luogo è pulito e silenzioso. Mi sta già dando fastidio.  E poi tra tanti, eccolo. l'Antico Demone. Un salto non gigante, non così brutto, non così infido. Eppure qualcosa mi ha frenato per anni. Ora mi ha chiamato di nuovo e io ho risposto. Ci ho discusso per una buona ora..fino a quando ho capito che non funzionava. Allora ho deciso di abbandonarlo per un poco e spostarmi. Volevo solo evitare di vederlo.
Così ho trovato una sbarra lunga una quindicina di metri. Fare equilibrio mi ha sempre ridato un po' di pace, nei momenti difficili. Sono salito e per la prima volta invece di stare o di camminare al solito modo ho pensato al kin-hin, la meditazione camminata dello zen. ho iniziato a spostare il peso  in avanti senza ancora muovere i piedi. mi sbilancio, respiro. Sento ogni muscolo che lavora freneticamente per affrontare questa situazione. I pensieri si accavallano. Saltano senza posa come una scimmia salta di ramo in ramo. Sollevo il piede, lentissimamente lo sposto in avanti, espiro, appoggio il tallone. Mentre con le braccia cerco di compensare il meno possibile appoggio anche il resto del piede. E via così, tra pensieri il cui volume lentamente si abbassava, l'attenzione a ogni rumore intorno aumentava fino a farmi sentire suoni altrimenti ignorati dal cervello. Sono riuscito ad andare così piano da non far scappare una lucertola che prendeva il sole sotto di me, tra la sbarra il cemento.

Quindici metri in quindici minuti. Sono giunto alla fine della sbarra e sono sceso. Inspiro, espiro. Mi sento meglio. La mente, che non è diversa dalla sbarra o dalla gomma delle suole delle scarpe che baciavano la vernice gialla della sbarra, si è fermata.

Senza dire una parola ma godendomi quel prezioso momento ( era davvero prezioso) tiro lo zaino acqua e fotocamera e torno a vedere quel salto. Decido di filmare il processo. altri 15 minuti di sguardi, di finte rincorse, di prendere la mira e bruciare con gli occhi l'arrivo del salto che voglio fare. Alla fine lo faccio. E' da Evry, dal 2015 che non mi veniva da piangere per un salto.  per fare il secondo ci metto un minuto  e mezzo, e all'arrivo ci caccio un altro breaking jump, un cat sull'altezza che però l'anno prima ho già fatto. Un' altro minuto e mezzo per fare il terzo. That's it.
Questo è quello che odio/amo della pratica. Spesso mi sono trovato a riflettere se buttarci così tanto sentimento, se affrontare certi salti sia utile. ripeto: non importa se sono salti enormi o sui tetti.

Perché per quanto mi riguarda è la mente, la parte più difficile. Mi sono incastrato in certi salti ridicoli per anni e ho risolto in pochi secondi problemi che hanno messo in difficoltà praticanti più esperti e coraggiosi di me.
Ma il focus di questo post è la riflessione che ho fatto tornando a casa in auto, senza musica:
La differenza tra un praticante principiante e uno avanzato non sta nella dimensione dei salti, ma nell' approccio: La consapevolezza di sapere quando è il momento di prendersi una pausa, di fare il giro intorno a quell'ostacolo o di vederlo da un diverso punto di vista può essere un potente strumento. Alla fine ho fatto quel salto, l'ho fatto tre volte...eppure non mi ha dato la soddisfazione che meritava e che credevo mi avrebbe dato. Qui sotto potete vedere il noioso processo in un video lunghissimo e palloso.