sabato 9 maggio 2026

Venti primavere, mille temporali

 Come è cambiato il parkour


"War has changed"- Solid Snake

Questa non è una autobiografia e neanche una celebrazione. E' il diario di bordo di questo viaggio.

Il parkour in questi 20 anni è molto cambiato, e con esso anche io. Per descrivere come è cambiato, prima sarebbe necessario definire cosa sia l'ADD/parkour ( come sempre uso i due termini fluidamente): e qui arriva il primo problema. 
Tempo fa vidi un documentario a Lisbona nel quale intervistavano i più grandi esperti al mondo di Fado, uomini e donne che amano con ardore quell'arte e alla quale si sono dedicati tutta la vita. Alla domanda: "che cos'e' il Fado?" il loro sguardo si perdeva nel mare della loro esperienza e tutto quello che sapevano rispondere era:
"io non lo so".
Io non lo so che cosa è il parkour, anche se è quello che ho fatto per gran parte della mia vita. Non mi accontento più delle solite risposte date in modalità playback per spiegarlo ai non addetti ai lavori. E quindi come faccio a descrivere il cambiamento di qualcosa che non so definire bene? Io so, anzi io sento che è un modo di vivere il rapporto con il proprio corpo, con l'ambiente e con gli altri nel quale viene richiesta una mente curiosa, insaziabile e forse un pò irrequieta. Almeno per me è così. E come è cambiata questa disciplina in questi 20 anni? 
Non è più  ( o lo è meno) un fenomeno che viene dal basso, alimentato da una fiamma interiore e sviluppato da una testarda ricerca personale. Non è neanche più qualcosa che veniva influenzato dalle ideologie (motivi su cui io e i miei compagni discutevamo per ore). 

In parte è popolato da atleti professionisti in cerca di premi e visibilità sui social, o di corsisti che pagano per farsi insegnare delle tecniche e che non hanno voglia di brancolare nel buio cercando da soli la propria strada verso la luce. Ovviamente non vale per tutti, non sto generalizzando. Ma parlo del trend degli ultimi anni nato insieme ai social media veloci come Instagram e Tik Tok. Questi mezzi di comunicazione sono cambiati enormemente rispetto al passato. Se una volta c'erano documentari su youtube che duravano due ore, oggi la soglia di attenzione è di 15 secondi, con tutte le conseguenze sulla profondità di contenuti che potete immaginare. 
Come ha scritto un amico: se scoprissi oggi questa pratica non credo che la coltiverei.

Quando mi capita di guardare del parkour sui social mi viene in mente il saggio di Baudrillard "Simulacri e simulazione" ( già, proprio il libro in cui Neo nasconde i dischetti all'inizio del film Matrix). I salti giganti, il nascondere quasi sempre tutta la preparazione e gli anni di lavoro che ci sono dietro facendo credere a chi guarda ( ma senza dirlo esplicitamente) che possano essere fatti con facilità sono proprio i simulacri di cui parla Baudrillard. 

Ma in parte è popolato anche da molti praticanti, donne e uomini coraggiosi che con ostinazione percorrono la loro strada fatta di una pratica lenta, consistente, che ha in un orizzonte molto lontano e incerto la propria meta e che quindi è necessariamente fatta di azioni meno sgargianti. Io mi ritengo uno di quelli. Un praticante dal bagaglio tecnico mediocre, senza doni genetici ma maledettamente testardo. Tutto qua. 

Le pratiche cambiano, è sempre stato così. Il freeclimbing, lo skate, la breakdance e tutte le discipline post moderne sono fluide e in evoluzione. E per fortuna che è così. Non sono un nostalgico del passato e non credo che la pratica di prima fosse migliore. Non più almeno. Vivo il mio tempo e osservo quanto il livello tecnico sia spaventosamente più alto di una volta, anche se non mi emoziona minimamente. Io cerco altro. Io sono una di quelle talpe che scava e mi emoziono quando incontro altri tunnel di gente che sta scavando insieme a me.






Alla ricerca di una poetica nel parkour

Molta acqua è passata sotto questo ponte. Questo viaggio non è stato fin'ora solo un susseguirsi di salti in luoghi diversi del mondo o della mia città. Non sarebbe corretto nei confronti del parkour ridurlo a questo. A un hobby, a un'attività ricreativa. Ho trovato nel parkour/ADD un DO, una via nel senso marziale del termine. Ho capito che sarebbe stato questo già dopo poco tempo dall'inizio. Ma per molti anni ho interpretato questa via marziale come una strada costellata di obiettivi da raggiungere uno dopo l'altro. Tanti piccoli traguardi, fossero essi fisici o tecnici. Rappresentati da numeri, ripetizioni, distanze, altezze, tempi, chili. 

Poi ci fu una lunga fase di smarrimento, nella quale continuai ad allenarmi mentre vedevo l'identificazione a questi obiettivi perdere via via di importanza senza però avere dei riferimenti al di sotto di essi. Se essere forti abbastanza da sollevare tot chili, fare questo o quel salto, raggiungere quel punto, fare tot ripetizioni non era lo scopo, allora quale avrebbe dovuto essere il motore che spinge la mia pratica? E quale il senso della pratica tutta? A quell'epoca continuai ad allenarmi e a scrivere iniziando a intravedere qualcosa, oltre la nebbia. Iniziai a capire che il confronto con gli altri e specialmente con i miei amici praticanti aveva poco senso. Ma togliendo anche quel riferimento, cosa sarebbe rimasto a certificare le mie capacità, senza paragoni?  Eppure non potei evitare di allontanarmi da loro. Si era creata una distanza tra le nostre visioni e io non conoscevo mezze misure, a quel tempo. Per certi versi non le tollero neanche ora. 

Arrivò ADAPT 2, lo standard. Scelsi la strada più difficile e mi allenai seguendo la tabella del primo adapt 2, quello che fece Gato, il mortal kombat.  Mi allenai duramente con degli obiettivi, li raggiunsi e superai l'esame. E cosa dimostrava questo? Era qualcosa, ma sentivo dentro di me un vuoto da colmare.  

Lentamente si è fatto strada in me.. qualcosa. Non so se chiamarla una tendenza o un bisogno. Ma ho iniziato a sentire una chiamata. Qualcosa che da lontano mi chiamava ad essere, più che a fare. Il sussurro di una voce lontana che iniziava a dire che non c'era più tempo da perdere nel praticare una pratica che non era la mia. Nel parlare in un certo modo "perchè ho sempre fatto così",  nel fare parkour in un certo modo "perchè il parkour è questo". Soprattutto nel dar voce alla rabbia che ho coltivato fin da bambino. E così, dopo l'innamoramento candido ma cieco verso quello che chiamavo Zen, mi sono riavvicinato alla pratica buddhista con un approccio più adulto. Informale, eterodosso.  Parlandone meno e a praticando di più. Ho iniziato a leggere i testi cercando di  capirne almeno il messaggio più pratico da portarsi a casa, i concetti chiave, qualcosa che mi potesse essere utile qui ed ora, che potesse darmi strumenti di azione. Mi sono preso il tempo, nelle sessioni di Zazen  la sera davanti a un muro bianco o nelle lunghi notti solitarie nel bosco, davanti al fuoco, per chiedermi chi sono davvero. Cosa voglio davvero. Oltre la maschera del personaggio chiamato Ghost.


La mano sulla spalla  delle quattro nobili verità

 In quella lunga notte  e in questi ultimi anni penso che l'aver letto spesso dei princìpi fondanti del Buddhismo sia stato un sassolino lanciato in un lago immobile. All'inizio solo un piccolo tonfo. Poi piccolissime ondine che si espandono sulla superficie dell'acqua. E si espandono fino a lambire tutte le rive del mio mondo interiore, ogni aspetto della vita.  Una mano sulla spalla delicata e due occhi che ti guardano con affetto e che ti dicono, senza mentirti: "Amico mio, questa bellezza e questo dolore sono la stessa cosa. A cosa ti stai attaccando disperatamente, pur di far finta che non sia vero?" Ho sentito di avvicinarmi finalmente al me stesso che stava oltre il guscio  di protezione costruito in una vita.  Credo che l'aver iniziato a interrogarmi seriamente sulle quattro nobili verità del Buddhismo  mi abbia gentilmente costretto a fare anche i conti con le paure, col silenzio di amici e familiari perduti. Anche percorrere il cammino di Santiago in quel periodo mi ha messo di fronte a stanze buie dentro di me che non volevo aprire e con le quali era ora di iniziare a fare i conti. Non so bene perchè , ma se una volta avrei affrontato il dolore coi pugni stretti e dando testate, ora quando arriva ( e nelle nostre vite arriva sempre) sento che è più giusto affrontarlo con tenerezza. E con la tenerezza  ha iniziato a sorgere un pò di affetto verso me stesso. Con l'affetto verso me stesso  è iniziato a cambiare anche il modo in cui insegno parkour, e ho capito quanto fosse importante per me poter aiutare gli altri mentre mi sdebitavo per tutto quello che la pratica ha fatto per me.  E di conseguenza ho potuto iniziare ad ascoltare quella chiamata.

La chiamata di quella voce si è fatta via via più presente, più costante nella quotidianità. In alcuni momenti di certi trekking o di certi allenamenti, per pochi istanti, ho vissuto dei momenti di vera bellezza e di vera presenza nel momento. E difficile da spiegare perchè se da una parte quei momenti sembrano delle rivelazioni spirituali trascendentali, dall'altra sapevo che non erano altro che l'aver aperto, per un attimo, il cuore e gli occhi alla realtà e alla sua bellezza. E niente di più. Davvero.  Ma cos'era quella voce? 

Negli ultimi due anni, almeno, sono rimasto in ascolto per essere sicuro di non averla fraintesa. E penso di aver capito cosa mi dica e da dove provenga quella chiamata. Chiamata che altro non è che la mia voglia di essere me stesso e di fare quello che il mio cuore mi chiede di fare. Tutto qua. 


Pensavo di cercare la prestazione, invece cercavo la bellezza. Cercavo la poesia Ci sono stati dei momenti, allenandomi o allenando altri, nei quali sono stato incantato dalla bellezza dell'essere lì, dell'idea stessa che degli umani vogliano conoscersi intimamente e migliorare sè stessi. E che usino come strumento per conoscere sè stessi il saltare da un punto a un altro con controllo, eleganza e riempiendo un vuoto tra due superfici del pianeta. Che si mettano alla prova affrontando la paura di ferirsi o di morire,  che spingano i propri limiti mentali e fisici solo un metro più in là. Solo per vedere se si può. E ho trovato in questo una bellezza che si concilia con l'estetica della poesia occidentale e con quella estetica orientale e buddhista che mescola impermanenza e commozione. Perchè commuoversi per una bellezza che durerà un solo istante, come una foglia autunnale che cade?  Perchè emozionarsi per l'idea che col mio corpo riesca e colmare un vuoto tra due tetti, quando fra qualche decennio questo corpo sarà  polvere e nessuno si ricorderà delle nostre imprese?

Ecco. 

Ho trovato in questo apparente paradosso la mia poetica della pratica, i colori ad olio con cui dipingere questa vita e questa disciplina. 

Ho imparato, come Sisifo di Camus, la libertà nonostante quel maledetto masso, dopo aver intrapreso la rivolta.

Come forse avrai intuito, l'ADD/parkour è solo un mezzo per raggiungere qualcosa che si potrebbe raggiungere anche senza salti. L'arte del disporre i fiori, di cuocere il riso o di pulire cessi sono possibili espressioni della stessa arte ed epica. La stessa dell'alpinismo. Io voglio fare il manpower per scoprire che il manpower non è altro che un vuoto tra due superfici che si colma in qualche frazione di secondo in aria. Ma devo farlo, per capirlo a un livello che non sia solo teorico. Sono ancora in mezzo all'odissea e non posso dire cosa troverò tornando a Itaca, ma ci voglio arrivare. Questo per dire che sento di essere lontano dalla realizzazione, ammesso che ne esista una.  Persino il Buddha non perse le sue cicatrici, una volta raggiunto il Nirvana. Quindi probabilmente c'e' solo da farsi una gran risata, dopo essermi preso così sul serio.

 EPPURE

eppure questa chiamata, questa voce che allunga le braccia verso di me come una sirena, ha prodotto anche un cambiamento reale del mio parkour. Nel momento in cui sto scrivendo questo post ho 37 anni e a parte l'infortunio di gennaio '26  non ho mai saltato così bene. Sono sicuro, sento con certezza che è l'aver abbandonato alcuni attaccamenti che mi ha permesso di migliorare e di lasciarmi alle spalle alcuni dei maggiori ostacoli.  Paradossalmente, ora che mi interessa sempre meno essere performante , lo sono sempre di più. Ho meno paura delle altezze. Sblocco/apro/rompo salti in una frazione del tempo che impiegavo prima. A volte e sempre più di frequente li apro al primo colpo, se ho la possibilità di concentrarmi per qualche secondo. Una cosa mai successa prima. Vedo e faccio, talvolta. Pur essendo sempre consapevole delle conseguente di una caduta in certi salti, soprattutto ora che non ho più 16 anni, vivo la paura come un dialogo. So quando è il caso di dire di no, e il farlo mi fa sentire in pace con me stesso, al contrario del tempo della rabbia e dei pugni stretti davanti al masso cieco e sordo che era un salto.  


Non c'e' una comunità. Oppure si?

L' infortunio che mi è capitato mi ha dato tempo per riflettere su uno dei temi che mi ha sempre fatto soffrire e amare questa pratica: il Sangha, la comunità. E ora credo di aver preso consapevolezza di cosa mi faceva soffrire così tanto e di essermene liberato un po'.

 Per anni ho pensato alla comunità come a questa grande entità che sommava in sè tutte le virtù di tutti i praticanti, dai grandi fondatori all'ultimo corsista nato ieri. Una sorta di essere incorporeo che mi osservava e giudicava la mia pratica e il mio comportamento secondo il suo rigido codice morale (vi ricorda qualcosa?) Questo pensiero mi dava conforto, perchè in esso mi potevo rifugiare e potevo giudicare a mia volta gli altri secondo il mio/suo codice morale, proprio come un fanatico religioso. 

 Poi a gennaio mi sono fatto male. Ho passato troppo tempo sui social. Ho osservato competizioni, insegnanti improvvisati, influencer, content creator di parkour, televenditori che trattano i corsi come un soggetto di marketing. E se prima mi sono limitato  a pensare che la comunità fosse morta, ( la comunità dei fondatori, quella del Lario, di Gato, dei raduni di una volta, del potenziamento tutti insieme fino all'ultimo) ora ho realizzato che la comunità come ente autoconsistente non esiste.

La comunità è fatta da singoli individui. Ognuno con i suoi vizi e le sue virtù. E' fatta da umani, fallibili, brutti e belli e giusti e sbagliati tutto insieme, esattamente come me. 

Anche l'aver chiuso i rapporti con quasi tutti i praticanti con i quali sono cresciuto e coi quali ho combattuto mille battaglie mi ha permesso, tutto sommato, di tornare un pò a certi periodi della mia vita e anche all'inizio della pratica, quando la ricerca e gli allenamenti erano solitari. Diventando adulti si abbandonano certi attaccamenti ma si diventa anche più rigidi nelle proprie convinzioni. Ognuno così prende la propria strada, che non sempre coincide con quella delle persone a cui si ha voluto bene. Ho potuto vedere quanto io stesso fossi attaccato al concetto di comunità e ancora di più mi sono accorto di quanto avessi delegato a questo concetto molta della mia serenità. Mi spiego meglio: per molto tempo ho creduto di dovermi allenare da solo, per non dover contare su nessuno nell'affrontare la mia paura ( cosa più facile, quando mi allenavo in gruppo). Poi ho scoperto l'enorme potenziale del sentirsi parte di un gruppo, dello spingersi a vicenda e crescere insieme. E così, anno dopo anno, raduno dopo raduno pensavo di aver trovato finalmente una famiglia. Poi ho rovinato quasi tutte queste profonde amicizie. E sono tornato a muovermi quasi sempre da solo, a parte la compagnia di poche, belle persone che hanno la pazienza di sopportare il mio brutto carattere. Ora c'e' stato l'infortunio. Ora mi sto riappropriando della solitudine, nei parchetti in cui vado a fare i miei esercizi di riabilitazione. Ho pagato il prezzo salato del mio carattere con l'allontamento di vecchi amici considerando sempre prima le mie, di responsabilità. Troppo facile rintanarsi nel vittimismo di quelle degli altri. 


"Non c'e' uomo, per quanto saggio, che in un certo periodo della sua giovinezza non abbia pronunciato parole o addirittura condotto una vita il cui ricordo gli risulti sgradevole e che vorrebbe poter cancellare. Ma non deve assolutamente rammaricarsene. Perchè non può nutrire alcuna certezza di essere diventato saggio, nella misura in cui ciò è possibile, se non è passato attraverso tutte le incarnazioni odiose o ridicole che devono precedere quest'ultima incarnazione".

Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore

Com'e' cambiato il mio allenamento?

svolgendo tre lavori diversi il tempo per allenarmi si è ridotto molto, ma invece di farne un problema, questo ostacolo mi ha condotto quasi automaticamente a cambiare il mio approccio alla pratica. 

-Le mie sessioni di allenamento ora sono divise in modo più netto tra tecnica e condizionamento fisico, pur non disprezzando, ogni tanto, una sessione lunga alla vecchia maniera, con il condizionamento fisico prima della parte tecnica, tanto per non perdere l'abitudine a mantenere alta la qualità da stanco;

-Le sessioni tecniche hanno quasi sempre degli obiettivi, anche se piccoli. In questo modo non perdo tempo saltando a caso ma lavoro su qualcosa di specifico. Di solito lacune tecniche da colmare, salti singoli in sospeso da tempo o temi, come i percorsi, la velocità , il flow e cosi via.

-Le sessioni di condizionamento fisico vanno ora verso obiettivi specifici, siano essi di forza, di resistenza o verso lo sviluppo di qualche skill. Il condizionamento fisico è diventato un po' più organico, anche se non quanto dovrei.  Dopo una vita di allenamento per un fitness generale ora mi concentro su obiettivi specifici, ma senza impazzire e senza fretta 

-Le sessioni brevi che posso permettermi in settimana possono consistere anche su qualità che si, richiedono attenzione ma non la massima concentrazione possibile, essendo stanco dopo il lavoro. Quelle nel we possono includere vecchi e nuovi breaking jumps, fare le cose con calma, inserire della pratica interna, cazzeggiare negli spot ed esplorare.

-Nei ritagli di tempo veramente limitato vado a correre, anche solo per meritarmi la doccia.  Mi rilassa e  trovo la corsa un' attività meditativa;

L' insegnamento

Un'altra cosa essenziale che ho trovato, dopo aver insegnato per 12 anni, è che il parkour si può imparare ma non si può insegnare.
prima di andarvene arrabbiati per questo apparente paradosso cerco di spiegarmi.
Ho fatto delle scelte personali e in quanto personali possono essere condivisibili oppure no, ma sono le scelte che ho operato dopo molto tempo passato a rifletterci su e a lavorare. Scelte che ora metto in lista e che poi descriverò.
  • Ho scelto di non insegnare più ai bambini
  • Ho ammorbidito in parte il modo di insegnare agli adulti
  • Il parkour è per tutti, ma non tutti sono per il parkour
  • Ho capito che il parkour si può imparare ma non si può insegnare

Il primo punto è il più semplice da spiegare, per me. Sarò onesto e non lo farcirò di troppa filosofia. Adoro condividere la mia esperienza con le persone che vogliono imparare questa disciplina, ma io non sono mai riuscita a viverla come un gioco, sebbene negli ultimi anni riesca a viverla con più leggerezza. Questo a un certo punto mi ha fatto credere che il parkour fosse una cosa da grandi. Troppo profondo per essere trasmesso a una banda di cosini urlanti e infantili che vogliono solo giocare. Poi ho capito che il parkour può essere uno strumento potentissimo per la crescita dei piccoli. Può far crescere la fiducia in sè stessi, la responsabilità, le capacità fisiche per giocare con maggiore sicurezza e migliora le capacità sociali. Quindi non dovevo raccontare a me stesso balle sulla profondità della disciplina e sull'incapacità dei bambini di apprezzarla. Quando finivo di fare il mio corso bambini ero consumato, a volte svuotato di energia ed entusiasmo. Poi ho capito che io non sono portato. Non ho nè la vocazione nè il talento. Ma soprattutto i bambini non mi piacciono. Per niente. E così, almeno per adesso, fine di questo capitolo. Io sono fatto per lavorare con adolescenti e adulti. 

Sono stato accusato di avere un approccio elitario e non democratico all'insegnamento. Un approccio duro. Eppure sento di aver ammorbidito molto il mio approccio alla pratica. Aver iniziato ad essere più gentile con me stesso mi ha portato inevitabilmente ad esserlo anche con i miei corsisti e con chi partecipa a un mio workshop, cosa di cui ho chiesto anche conferma a chi alleno da tanti anni e ha potuto osservare tutto il processo di cambiamento. Certo, quando ci si allena ci si allena. Si fa sul serio e ci si deve confrontare seriamente con la propria debolezza fisica e mentale, con la propria paura. Altrimenti si perde certamente il lignaggio di una disciplina che chiede tanto ma che dà anche tanto a chi si impegna. Non è un gioco, quando si affronta un breaking jump potenzialmente fatale o una sfida fisica che si è decisi di iniziare. Però questo nel rispetto della della persona, che è unica e alla quale va cucito su misura l'approccio da adottare. Qui sta la differenza tra inclusività ed equità. Chiedetemi di persona quando ci incontreremo, in cosa consiste questa differenza.

Evry, 2015



Non ho mai escluso nessuno dal mio corso, ma più volte ne ho cacciati da un allenamento in particolare. Vige per me un codice morale minimo che riguarda prima l'educazione/rispetto e poi le regole del parkour, e chi non riesce a rispettarle viene prima avvisato, poi invitato a non venire quella volta, e solo successivamente, se non dovesse aver capito come funziona il gioco e le sue regole, invitato a riflettere se il mio corso è il più adatto a quella persona o se forse ha bisogno di un approccio diverso, che altri insegnanti possono offrire. Non ritengo che il mio approccio sia il migliore. E' solo il mio.  Si arriva puntuali, quando si può. Si rispetta il proprio corpo, i compagni di allenamento e il proprio insegnante.
In ascolto delle proprie condizioni psico fisiche si fa quello che si riesce senza sottrarsi per pigrizia. E i breaking jump che propongo almeno si guardano, prima di valutarli. Come si assaggia un piatto nuovo prima di poter dire se ci piace o no. Senza giudicare a priori. 

Infine il parkour si può imparare, ma non si può insegnare. 
Io non insegno. Io sono solo uno che ha fatto molta esperienza facendo molti errori. Non intendo risparmiare le persone che si allenano con me dai loro. Non li imbocco. Non li coccolo, non faccio tutorial e non indico scorciatoie. E soprattutto non ho più la pretesa di accendere in loro il fuoco della pratica. Ho capito che non è possibile. Un buon insegnante può solo, se è vero maestro,  soffiare su delle braci già presenti o alimentare con cura e amore la fiamma che ognuno ha in sè. Per fare questo però non si deve rendere la vita facile alle persone. Non alleno in palestra. Niente luce, niente riscaldamento.  Il corso non è sospeso se piove. Se mi chiedi se è possibile morire sbagliando il salto ti dico di si, e lo dirò sempre. Lo spotting te lo faccio il meno possibile. Se hai un bastone te ne do uno. Se non ce l'hai ti tolgo anche quello che non hai. 

Microavventure


Sul cammino di Santiago di notte '19 


Nonostante l'infortunio ( o forse anche grazie ad esso) trovo sempre più divertente sfruttare le capacità apprese per fare anche altre attività. Il parkour per me non ha senso se esiste solo nella sua stessa dimensione, fine a sè stesso. Ho chiamato questo genere di attività Microavventure  (potete trovarne diverse di cui ho scritto qui, inserendo la parola "microavventure" nella stringa di ricerca o cercando per etichette), ovvero attività brevi o medie  che includano sorprese, fatica, un pò di paura ed esperienze da ricordare. Ultimamente, dopo aver fatto la prima ferrata aperta in provincia di Varese (questa) ho appena fatto anche quella sul lago Maggiore, sempre slegato.










Ma anche i trekking sempre più lunghi in solitaria e in autonomia. Ho ancora poca esperienza ma sto iniziando ad accumulare qualche migliaio di km nelle gambe.
Islanda '23


 
Talvolta, nella ricerca di sfide sempre nuove da fare in solitudine, immagino cose impossibili e poi mi chiedo quali variabili devo modificare per renderle prima possibili, poi sostenibili (ad esempio ora devo valutare l'impossibilità di droppare dalle altezze in caso di errore) e poi divertenti. Ho provato ad arrampicarmi su un albero tenendo il piede del ginocchio infortunato dentro  il pantalone, in maniera da non poter usare la gamba nella salita. Ho esplorato il ponteggio di un condominio muovendomi in assoluto silenzio per non allertare gli abitanti. Ho acceso il fuoco, durante una delle mie notti nel bosco usando un solo fiammifero. Altre due volte non ci sono riuscito e per quelle sere non ho fatto il fuoco. Ora ne ho molte altre in mente che scriverò più avanti.



2006



  
2016



2026








La grande balena bianca

Questo capitolo è ancora da scrivere. E' il masso di Sisifo. E' il viaggio di Ulisse per tornare a casa. E' la ricerca della balena. La balena che esisteva prima di noi, esiste insieme a noi. Forse esisterà dopo di noi. A lei inevitabilmente torniamo. Avanziamo, cercando, come Achab. Sarà forse, spero, l'abisso che non inghiotte ma educa. 








sabato 9 agosto 2025

Translagorai, la mia sfida alla lentezza.

 Sono tornato ieri da un'esperienza intensa, anche se breve, rispetto ad altri trekking o viaggi. E ho aspettato alcuni anni prima di compiere questo trekking perchè aveva fama di essere duro, rischioso e solitario. Quest'anno, forte dell'esperienza del thrualps dell'anno scorso, del Laugavegur in Islanda di due anni fa e di altri trekking e test fatti nei mesi precedenti, mi sono sentito pronto per questo. 

La Translagorai è un' alta via lunga 80 km con circa 5000 m di dislivello positivo che inizia da Panarotta, sopra il comune di Levico Terme fino al Passo Rolle, a ridosso delle bellissime Pale di San Martino, sviluppandosi da sud-ovest a Nord est. A differenza delle aree dolomitiche circostanti, il Lagorai ha pochissima pressione antropica.  Sono presenti malghe, qualche  rifugio e alcuni bivacchi. I protagonisti sono i giganti di porfido, duro e inospitale, trincee e baraccamenti della prima guerra mondiale e molto silenzio. La mia intenzione era ambiziosa: non solo completare un trekking in solitudine e in autonomia( senza quindi appoggiarmi a nessun rifugio) , ma anche e soprattutto compierlo con lentezza, coltivando la presenza mentale, l'essere qui e ora in ogni momento possibile e  il farlo lentamente. Di solito, per la passione che mi prende quando cammino in montagna, inizio a un certo punto ad andare di fretta. Un pò per stanchezza, un pò per una sorta di spinta ad andare avanti ancora e ancora, forse proveniente dall'abitudine col parkour, oppure una sorta di volontà di fuga dal disagio accumulato nei giorni precedenti. Non so e non è importante. Quello che contava stavolta era evitare questa fretta, per non pentirmi, una volta tornato a casa, di non aver vissuto pienamente l'esperienza, come accadde in Islanda.

Una volta presa la decisione di farlo è iniziata la pianificazione. Normalmente tendo a organizzare le cose in modo un pò superficiale e lasciare il resto all'avventura, ma in questo caso avrebbe potuto significare finire il cibo, soffrire il freddo o il caldo, non avere acqua. In sostanza fallirlo. Quindi dopo aver letto qualche resoconto di chi lo aveva già fatto o fallito ho chiesto al buon Lorenzo, la cui casa e palestra è proprio il Lagorai, di darmi tutte le dritte possibili. E' stato molto paziente con questo stalker sempre combattuto tra il voler essere forte e il voler essere ultraleggero. Mi ha dato informazioni sul percorso, sui punti tenda e acqua, sulle criticità del percorso e sulle varianti alte e basse che avrei potuto imboccare in caso di necessità o bisogni ( spiegherò più avanti). 

Il secondo grande punto è che in questo periodo Subhuti, il mio amico e coinquilino gatto non sta bene, e un gran peso nel cuore mi ha accompagnato nei primi due giorni di viaggio. Ogni passo era più pesante, la mente vagava e tornava spesso a lui e alla gentile amica che se ne è occupata in  quei giorni e che era in sbattimento perchè Subhuti purtroppo bullizza gli altri gatti di casa. 

 Il terzo punto era la logistica. La Translagorai ( da ora TL) inizia sopra un paesino, che sta sotto un paese, che sta lontano da una città, Trento. E finisce in un paesino di montagna  poco servito dai mezzi.  Ed io odio pianificare la logistica di partenza e arrivo. Io voglio avere lo zaino pronto e teletrasportarmi da casa all'inizio del sentiero. Fine. Ma questo non è possibile, quindi mi sono segnato mezzi, orari, parcheggi, coincidenze e cambi. Tutti fattori che rompono le balle e che accumulandosi rischiano di rovinare tutto, soprattutto coincidenze di treni e bus. Così ho deciso di andare in auto fino a Trento. Più comodo del treno, per tempi e orari. Ma tutto ha un prezzo e lasciare lì l'auto significa necessariamente doverci tornare a fine trekking. Tutto ciò come scoprirai non sarà un problema alla fine. 

Ultimo punto: equipaggiamento e zaino. Il punto più divertente per me che sono un nerd dell'attrezzatura da hiking. In sostanza si può ridurre tutto a un'equazione: avere lo zaino più leggero possibile ma avere tutto il necessario, compreso il cibo per 5 giorni. Se lo zaino pesa tanto ogni cosa diventa più faticosa, le ginocchia si infiammano, l'esperienza diventa più miserabile e rabbiosa. Se lo zaino è troppo leggero rischio di soffrire il freddo e il caldo, la fame o la sete, o di non dormire. Quindi di dover rinunciare prima della fine.  Sta tutto lì. Trovare l'equilibrio. Senza fare una lista completa del mio materiale (che è personale e potrebbe non andare bene a tutti)  alla fine ho trovato una quadra tra le necessità personali e quelle date dalla natura del percorso. Considerando la completa autonomia elettrica, alimentare, di acqua e una attenta scelta di vestiti e materiale ecc.. il mio zaino alla partenza pesava  circa 5 kg. Che diventano 10 col cibo per 5 giorni e circa 11 o 12 in base a quanta acqua avevo. 13 nelle sezioni con meno acqua.

Giorno 1

Dopo una notte insonne (negli ultimi anni ho il sonno sempre più leggero e incostante) sono partito alle 3:30 di mattina da Varese direzione Trento. Lasciata l'auto in un parcheggio gratuito ho camminato fino alla stazione da dove ho preso un bus per Levico Terme e da lì la navetta per la Panarotta. Alle 11 ho iniziato a camminare e lo zaino carico si è fatto sentire. Ma il sentiero all'inizio era scorrevole, poi il panorama superava le mie aspettative. Mano a mano che la giornata andava avanti però la mancanza di sonno ha iniziato a farsi sentire e così i dislivelli. Un pò di nausea e qualche calo di pressione che mi faceva vedere coriandoli neri, mentre salivo in quota e scendevo dalle pietraie, cercando  comunque di rimanere presente. Rimanere presente significa anche questo. Iniziare ad accettare la fatica, il disagio, come parte della vita e come una cosa a suo modo da assaporare. Come si apprezza un sapore nuovo assaggiando cibi esotici non ci si sottrae dall'amaro o dall' aspro che questa vita ci offre. A ogni passo fatto accetto quello che offre il menù. Avevo come sfida la presenza mentale anche perchè volevo completare tutto il trekking senza mai prendere una storta ( cosa che invece di solito mi capita, quando sono stanco o di fretta su terreni insidiosi). Questo è possibile, ma richiede uno sforzo costante. Come vivere una giornata qualsiasi con tutti gli impegni della vita normale ma prestando costantemente o quasi attenzione al proprio respiro. Alla fine del pomeriggio la situazione è migliorata un pò e  ho percorso 16 km piantando la tenda alla baracca militare dopo il passo Palù. Lunga sessione di stretching e poi doccia e cena. Doccia fatta con una bottiglia, naturalmente. Quella è stata l'unica notte in cui ho dormito quasi bene, alzandomi alle 3 per fare pipì e per vedere le stelle. 






Giorno 2
La mattina sono partito intorno alle 7 e 30 ( dormendo poco ho imparato a sfruttare questo problema per alzarmi molto presto e poter camminare più piano durante il giorno), troppo tardi per godere dell'alba ma abbastanza presto per vivere le prime luci del mattino illuminare le cime e camminare nella pace della solitudine. Già. 
La solitudine.
"Una casa solitaria. Lei non si sente mai solo sergente? "Solo in mezzo alla gente". "Solo in mezzo al gente". -La sottile linea rossa
Una delle esperienza che più ricerco quando faccio trekking lunghi è la ricerca della solitudine. Ma senza l'accezione negativa che anche io gli ho sempre dato e che è uno dei grandi temi della mia vita e di questo blog. La solitudine in montagna è l'apprezzare il potersi guardare intorno per chilometri e chilometri e avere intorno solo cose non toccate e non prodotte dall'uomo, incluso altri uomini. Il sentirsi liberi dal dover tenere aperte conversazioni banali. Libero dai clacson delle auto, dal grigio dell'asfalto che taglia il mondo come sottili nervi- Libero di stare in silenzio senza che sembri un bambino che tiene il broncio per protesta. Nella solitudine sono libero di essere me stesso come non si può pienamente essere quando si interagisce con qualcosa di umano, è inevitabile e normale. Se ti guardi dentro lo vedrai anche tu. Camminando da solo posso seguire linee di pensiero non per minuti, prima che una distrazione lo faccia sfumare in un altro, ma per ore, giorni. Queste linee di pensiero portano a idee che non sarebbero arrivate ( e che non mi arrivano ) stando in casa, per strada in città, o altrove. Posso camminare, posso fermarmi, posso cantare parlare o tacere senza dover spiegare a nessuno. Da solo in un lariceto o in cima un passo a 2500 metri posso affrontare le mie paure con sincerità, paure che ho anche io come tutti naturalmente ( a chi mi chiede come faccio a passare da solo le notti nel bosco rispondo-di nuovo e per forza- con convenzioni).
Qui quella ricerca ha potuto realizzarsi in pieno. Per giorni, imboccando le giuste varianti alte o basse, magari meno battute perché più faticose o più lunghe, ho potuto assaporare il sentirmi solo. Senza il vuoto della pianura islandese, ma con una natura aspra e intagliata dai venti e dall'acqua a guardare questa formichina umana percorrerne i sentieri con uno stupido sorriso stampato. 
La mattina l'orizzonte si era liberato dalle nubi mostrandomi bene le dolomiti del Brenta in tutta la loro maestosità. Sono strane e diverse dalle montagne che conosco, queste dolomiti che vedo. Denti grigi e bianchi all'orizzonte che danno un senso di enormità anche da lontano.  Il carbonato doppio di Calcio  Magnesio che dà quella strana lucentezza. Le montagne delle mie zone mi sembrano quasi spente ora, a guardarle.  Comunque avrei cambiato idea il giorno dopo, quando superando l'ennesima forcella avrei visto per la prima volta La Marmolada, il Civetta e le altre cime delle dolomiti Bellunesi, il Focobon che sembrava qualcosa della Patagonia. 
Dopo aver superato passo Cagnon, Cadin, e molti altri, sono passato dal rifugio Manghen, l'unico in cui sono sono entrato in tutto il percorso dove si trova l'unica strada asfaltata di tutta la TL. Con la scusa di prendere un caffè ho potuto eliminare un pò di spazzatura che avevo. Invece di darmi la carica,  il caffè sembra mi abbia stancato, e ho fatto molta fatica a riprendere il passo nel sentiero, pur non essendo così duro. Forse perchè è bastato un giorno di silenzio per farmi odiare aver visto troppe persone, sentito moto sfrecciare e ciclisti bestemmiare. Ma dopo un pò per fortuna è tornato il silenzio. Il sentiero si è fatto di nuovo scorrevole e sono passato accanto al lago delle buse, uno dei possibili punti tenda che avevo immaginato. Mentre camminavo però ho ripensato sorridendo all'iniezione di entusiasmo che mi ha dato un signore sorprendentemente simile al capitano Picard che mi ha fatto i complimenti per quello che stavo facendo. Lo ha fatto con sincerità , guardandomi negli occhi e parlando seriamente. L'ho sentito forte. Ho camminato ancora un pò, stavo bene, così ho proseguito e ho piantato la tenda al lago delle Stellune.  Quella sera mi sono dedicato a un'intera ora di stretching, per poter camminare bene il giorno dopo, sapendo che la terza tappa sarebbe stata molto dura.
bivacco Manghen, giusto il tempo di una merenda. 



best pausa pranzo e asciugatura tenda ever.



Giorno 3

La sera, nella mia tendina, riflettevo sul percorso da fare il giorno dopo. Avrei potuto evitarmi la fatica delle cime e farea la variante bassa, poco battuta perchè meno epica. Però io volevo salire. Volevo sentire il vento. Ero molto indeciso. La mattina, quando ho sbaraccato alle 6, mentre tutti gli altri nelle loro tende dormivano, sono rimasto un paio di minuti davanti al cartello che segnava il bivio. Mi sono guardato intorno, speravo di non vedere ancora nessuno uscire dalle tende. Poi la chiamata ha prevalso. Siano le cime, la fatica, l'epicità. Si và a sinistra verso l'alto. Per fortuna che l'ho fatto. è stata una delle tappe più belle che abbia mai fatto. I panorami che mi sono stati regalati sono andati oltre i sogni che avevo fatto. Ovviamente in ogni perdita c'e' un guadagno e in ogni guadagno c'e' una perdita. La tappa per essere bellissima non poteva che essere anche durissima. Lunga ed estenuante. Alle 8 il sole già picchiava in quota, pur essendoci solo 5 o 6 gradi stavo sudando molto. E' una strana sensazione sentire che fa effettivamente freddo ma sentire anche il sole che scotta attraverso la sun hoodie ( un esperimento che ho fatto per vedere se funziona.) Ho continuato a salire sul duro porfido fino ai tratti attrezzati con scalette e corde, arrivando a un certo punto ad un tratto in cui ho lasciato un pezzo del mio cuore. 
Una sorta di tavolato storto di pura pietra e cielo senza una nuvola. Non una voce, neanche di marmotta, lassù. E l'impressionante vista di centinaia di cime. Alcune vicine, altre lontanissime, come il gran Zebru, il Cevedale, alcune cime venete e austriache. Nessun segno di civiltà . Essere tra così tante cime e così alte nascondeva quasi tutti fondovalle, liberandomi dalla visione di strade e case.












Quella mattina, invece del mio solito borbottare e parlare da solo, sono rimasto in silenzio. Mi sono goduto la vista di quei panorami, ma ho anche riflettuto guardando i segni della grande guerra, che qui c'e' stata davvero. Filo spinato, ossa umane, baraccamenti tirati su con sassi a secco per riparare i soldati dal freddo ben 110 anni fa. Chiodi di ferraccio ancora piantati nella roccia, più duri del nostro moderno acciaio temprato.  Mi sono immaginato come deve essere stato il rimbombo e le eco dell'artiglieria, qui. qualcosa di impressionante. Avere fame qui. Essere feriti qui. Avere freddo, qui. Con scarpacce di tela e impermeabili di tela cerata. 

Poi è iniziata l'infinita, calda e dura discesa che mi avrebbe poi riportato in quota solo a fine giornata. Prima fino al passo Sadole dove dopo pranzo sono entrato in coma per 5 minuti.






 Il terzo giorno ho fatto 24 km con circa 2400 metri di dislivello. Morto. Pensavo di avere caldo in quota.  Poi sono sceso nel lariceto, che comunque era a 1800 metri, e volevo che mi sarebbe venuto un colpo. Ci si abitua presto al fresco. Sono caduto nel fango cercando di raccogliere acqua da filtrare. Ho superato parecchi alberi caduti che qui non sono stati tagliati per agevolare il passaggio, essendo un sentiero poco battuto. 

Poi ho deciso di mettere un pò di musica. Erano le 18 e stavo camminando dalle 6 di mattina. Mi sono voltato a sinistra. Un albero dalla forma particolare sembrava un obelisco eretto in onore di una nuvola, traslucida, la cui cuspide sembrava volesse toccarlo. Il sole era dietro l'albero. E nel telefono è partita la canzone del padre di De Andrè. E' stato un momento mistico. 


Mancava ancora un'ora  e mezza e 300 metri di dislivello al lago delle trote. Sono andato avanti come uno zombie, col cervello spento. Infine sono arrivato. Ero troppo stanco anche per montare la tenda. Ho deciso di fermarmi al bivacco Coldosè, anche se era pieno di ragazzi. Pensavo che avrei dormito da dio su un materasso, essendo così stanco. Invece qualche bestia mi ha tormentato le gambe per tutta la notte (non oso immaginare il livello di igiene su quei materassi, e io non avevo un sacco lenzuolo, solo il quilt che sotto è aperto) facendomi grattare a sangue. La mattina alle 5 ( si, sempre più presto) mi sono fatto un porridge piuttosto insipido e sono ripartito, deciso ad andare ancora più piano. C'e' da dire però che quel giorno non ho avuto scelta sui km da fare. Non c'erano punti tenda decenti lungo il percorso, è stata una tappa forzata. 

segni della grande guerra



Bivacco Nadia Teatin.

Cima d'Asta al mattino.

Giorno 4




Dal bivacco Coldosè in un minuto si scavalla e ci si trova il lago delle trote, che come ogni laghetto alpino ha qualcosa di magico, al mattino. E ho proseguito lungo il crinale che mi avrebbe portato in quota. Partendo sempre presto ho potuto anche oggi rimanere da solo e in pace a infradiciarmi i piedi con la rugiada delle piante ai lati del sentiero, cariche d'acqua. Attraversando una valle anonima e desolata mi sono fatto qualche foto e mi sono fermato un momento a godere del panorama verso sud e di alcuni fiori di montagna pelosetti, che resistono stoicamente al freddo e al vento, anche se sono così delicati al tatto da sembrare di zucchero filato.  Poi il tempo è cambiato. Pesanti nuvole sono salite dal fondo valle avvolgendo tutto in una nebbia fredda e umida. Sono arrivato al bivacco Paolo e Nicola un paio d'ore dopo sperando di farmi un caffè prima di continuare, ma sera pieno zeppo di gente che dormiva e per non disturbarli sono rimasto fuori a farmi una tisana seduto sul legno bagnato di nuvole, mentre mi sono tolto le calze fradice per far asciugare un pò i piedi,  cotti da due giorni di calze bagnate. La parte disagevole è sempre rimettersi poi le calze e le scarpe bagnate, che ora erano anche fredde. 
Da lì avevo una scelta da fare, l'ennesimo bivio: salire e fare la variante alta, dove però non mi sarei goduto il panorama, essendo tutto immerso nelle nuvole o fare la variante basse, poco battuta proprio perchè non panoramica. Tanto valeva fare la seconda, che mi avrebbe fatto risparmiare un pò di inutile dislivello. E' stata anche questa volta la scelta vincente, e forse è stata la mia sezione preferita, per quanto non facile, avendo dovuto attraversare parecchie pietraie e sfasciumi di roccia. sono sceso perdendo un pò di quota e come detto è stata una traversata lenta a causa delle pietraie. Però è stata in qualche modo...mistica. Mi sono trovato per alcune ore completamente immerso nelle nuvole, in questo paesaggio fatato. Prati silenziosi, di un silenzio irreale, con un sottofondo lievissimo di un torrente che scorreva. Fiori setosi di Erioforo negli acquitrini. E' stato uno dei momenti e dei passaggi più belli di questo viaggio.






Poi di nuovo una discesa in una valle senza nome dove a tratti si apriva, per poco, il paesaggio mostrando il fondo valle. Molto taoista. Poi una nuova salita fino alla forcella Valcigolera. Torrenti tranquilli dove ho attinto acqua. Pensieri che andavano e venivano. E naturalmente nessuno intorno per tutto il giorno. A Valcigolera mi sono fermato un attimo anche per prendermi cura dei piedi, che stavano diventando un hot spot unico.
In quel momento ho provato a togliere il telefono dalla modalità aereo per mandare un paio di messaggi, dopo due giorni senza connessione. C'era il 4G, incredibile. E appena connesso mi è arrivata una chiamata da un call center. non esiste pace neanche dentro una nuvola a 2400 metri sulle Dolomiti.
Tolto subito la connessione ho scoperto che mancavano, volendo, circa tre ore al passo Rolle, la fine della mia TL. Solo tre ore. ma ero stanco. E soprattutto mi ero dato come obbiettivo quello di non avere fretta. Anche perchè se fossi arrivato al passo Rolle nel tardo pomeriggio forse non avrei avuto mezzi per scendere. Un motivo in più per prendermela con calma. Mi sono seduto a meditare. Il corpo fremeva, voleva continuare a muoversi. Pensieri turbinavano. Tutti pensieri di movimento, di azione. Mi sono imposto di respirare, rilassare i muscoli trapezi e stare semplicemente là, in cima al passo. Immobile come un omino di sassi. 



Così ho deciso di continuare a camminare fino a quando avrei trovato un posto decente dove piantare la tenda. Ho raggiunto infine l'ultima, l'ultimissima forcella di questo trekking. Tra le nuvole pesanti si intravedeva la strada del passo Rolle e un pò mi sono commosso. Ma stava iniziando a piovere. Proprio mentre ero in mezzo a una vecchia pietraia. Vecchia è bene perchè significa che 1 è assestata e praticamente ferma, 2 negli anni si è accumulata un minimo strato di terra, che ha permesso la formazione di un substrato adatto all'erba. Ho trovato un angolino di prato tra alcuni sassi e lì ho piazzato la mia tendina, su terreno tutto storto. Ma meglio di un calcio in bocca. 


Erano solo le 16 e fuori dalla tendina pioveva. Niente da fare se non far fuori tutto il cibo rimanente, leggere e aspettare. Un'opportunità in più per coltivare la presenza, che in questo significava solo annusare me stesso e i miei vestiti unti e sporchi di 4 giorni di trekking e ascoltare le gocce di pioggia battere sul dyneema della tenda. Ho dormito un pò un sonno interrotto spesso dalla pioggia o dallo scivolare  fuori dal materassino in pendenza. 

Giorno 5

Ho letto un romanzo e dormicchiato fino alle 3 del mattino. alle 4  ho fatto due calcoli e ho immaginato di arrivare, camminando con estrema calma, al passo Rolle per le 6 e mezza, poco prima dell'alba. Perfetto. Così ho sbaraccato la tenda e rifatto lo zaino, poi ho provato a meditare ma ho resistito solo 5 minuti. Anche qui il corpo e la mente fremevano. Sono partito. E lì l'errore. Dopo quasi 80 km e circa 120000 passi, ho preso una mini storta praticamente al primo passo fatto. Niente di grave ma ho visto sfumare il mio obbiettivo delle zero storte. La causa è semplice. Non il buio, che ancora avvolgeva la pietraia. Non il terreno bagnato. Ma la mia distrazione. Non ero presente, ho iniziato a camminare distratto. Ed ecco una lezione istantanea. Mi sono fermato. Ho guardato il cielo, poi i miei piedi. E ho detto ad alta voce: "ok, ho capito. Lezione appresa". E ho ricominciato a camminare con presenza. Giù per una pietraia buia e bagnata, con in lontananza quelle che immaginavo fossero le leggendarie Pale di San Martino, anche se nascoste dalla notte e dalle nuvole. Ne intravedevo qualcosa dei contorni.


Gli ultimi km di TL me li sarei assaporati tutti, come si fa col proprio piatto preferito. Una voce mi diceva di correre. Ho imparato ad ascoltare quella voce e a fare esattamente il contrario. Parla quando devo uscire e mi voglio allacciare le scarpe di fretta. Parla e spinge quando voglio lavare i piatti il più velocemente possibile per poter fare altro, qualcosa di più interessante. La sento quando devo fare la fila in auto. Allora rilasso tutto, respiro e faccio quello che devo fare quasi al rallentatore, fino a quando quella voce, spazientita, mi lascia stare e mi permette di vivere la mia vita appieno. Scendevo piano di quota, la luce dell'aurora piano piano aumentava fino  a quando ho potuto camminare senza torcia frontale. Poi sono arrivati i laghetti di Colbricon, con la nebbia tiepida che scorreva sulla superficie. E poi, e poi...
La strada . Gli impianti risalita che ancora dormivano. I prati che in inverno diventano piste da sci ( lo diventano ancora, o la neve và sparata coi cannoni? 
 E poi il passo Rolle all'alba. Sullo sfondo, così belle e maestose da sembrane un cartonato, le pale di San Martino. Sono arrivato. 


Mancava più di un'ora al primo bus della giornata, e senza crederci assolutamente ho provato a tirare fuori il pollice in cerca di un passaggio. E incredibilmente la prima auto che è passata si è fermata a darmi un passaggio. Trail provides, davvero. Un passaggio veloce fino a Predazzo, da dove, dopo una colazione al bar, ho preso il bus diretto che mi ha riportato a Trento. Mentre scendevo dalla val di Fiemme guardavo alla mia sinistra, lontano, il Lagorai che avevo appena attraversato. Sembravano così alte e lontane! Sono arrivato a Trento dove i 28 gradi che c'erano mi sembrano almeno 38. La mia auto era ancora lì, intera. Tre ore dopo ero di nuovo a casa. 

Un esperienza dura, bella e ruvida. Come il porfido della catena del Lagorai. 



Ps: statistiche di questa Tranlagorai:

Zecche prese: 0

Storte prese: 0,5

km percorsi:83

Passi fatti: circa 120'000

Dislivello totale: 4900 positivo e 4700 negativo

Passi compiuti con presenza: almeno 3/4.

Litri d'acqua consumati: 16

Animali avvistati: una rana e una decina di marmotte.







sabato 7 giugno 2025

Appunti per un sistema di trasmissione del Parkour, parte 3/3

 "Pensare libero e tanto porta a numerosissime contraddizioni, ma ogni contraddizione risolta  è un'evoluzione del pensiero." 

Dal diario di viaggio in Asia di Federico, 2010


Nel maggio del 2016 Gato, aka Federico Mazzoleni, scriveva "appunti per un sistema di trasmissione del parkour parte 1 e poi 2/3. La terza parte non vide mai la luce. 

Gato è morto nel gennaio del 2019. Il suo corpo, almeno. In noi  ha lasciato un vuoto, ma in me ha lasciato soprattutto qualcos'altro.  Una chiamata.

La voglia di continuare a scavare il tunnel che a forza di mani aveva iniziato lui. Insomma, celebrare la sua vita continuando il lavoro, invece di celebrare solo la sua morte come i nipotini che vanno a visitare al cimitero la tomba della nonna morta una volta all'anno. 

 Quel vuoto lasciato dalla sua morte io non l'ho mai davvero sentito. Ma ho sentito e sento la sua "presenza"  nella mia mente in ogni dubbio che mi pongo quando devo rompere ( o aprire? Non riesco a decidermi quale parola descriva meglio il processo) un salto, quando decido cosa e come insegnare ad adulti e ragazzi, quando mi interrogo sul mio valore, quando pubblico un video del mio allenamento. 

Sono cresciuto anche grazie a lui. Se questo blog è nato nel 2009 è anche perchè leggevo il suo. L'ho divorato, mi sono lambiccato il cervello per anni, nel tentativo di capire qualcosa dei molti livelli dei suoi ragionamenti ed ero ammirato dalla profondità scientifica e dal rigore della sua ricerca. 

Ragionare sulle ragioni divine e sull' ingiustizia della sua morte ha poco senso, e per quanto lo conoscevo, credo che mi avrebbe riso in faccia della mia serietà nell'ammirarlo, così come avrebbe riso della soggezione che provo ora nel tentativo di portare avanti la sua ricerca come insegnante. Mi immagino quegli occhi  celesti furbetti dirmi, ghignando: " Tè Ghost, cosa aspetti?! "

 Ora sono quasi sette anni che è morto e pensandoci i sette anni da quando è scomparso sono quasi più lunghi degli anni in cui è stato pioniere in Italia. Oltre al ricordo della sua visione, che si è interrotta in un periodo difficile per il parkour/ADD in Italia, voglio portare avanti la ricerca con lo spirito di questo momento, con tutta la bellezza, la sporcizia e le contraddizioni che lo segnano. 

Allora scrivo, Gato. lascio i miei due cents su come insegnare il parkour/ADD , ora che ho più esperienza e ora che so prendermi meno sul serio. Ora che intravedo a tratti l'impermanenza di tutte le cose. Porto il mio, ma prendo anche da te, che eri così bravo a trarre parole e immagini dalla parte più difficile del parkour, la parte invisibile. Che poi è quella che fa tutto quello che lo rende arte (marziale) e non solo sport di prestazione. 

Ho deciso di scriverne perchè ho dovuto prima riconoscere quali sono le qualità che cerco di sviluppare in me, poi quelle per poter insegnare al massimo delle mie capacità e poi quelle che voglio tramandare insegnando. E ovviamente il cosa e il come.


Alla base di tutto ci sono alcuni assiomi irrinunciabili senza i quali il pk/ADD non sarebbe quello che è, ma solo un imbastardimento della ginnastica artistica.

Non competizione: il parkour offre qualcosa di diverso dai soliti sport, dove le regole sono sempre più precise in termini di comportamento, possibilità, limiti di partecipazione e standardizzazione per ottimizzare la performance. Nei primi decenni dalla nascita di discipline freestyle come l'arrampicata libera, la breakdance, lo skate e il surf c'era il forte desiderio di dissociarsi da una realtà sportiva ( ma forse proprio da una società) che imponeva di adeguarsi chiudendo la libertà di espressione in regole, punteggi e stili. Mentre la non competizione permette un confronto sano tra le persone riconoscendo la soggettività, i gusti personali, i diversi modi in cui può svilupparsi il problem solving personale.  Il parkour ADD è uno strumento politico proprio perchè scardina queste regole. Si può fare fuori praticamente gratis e ovunque. Ognuno può farlo secondo le proprie capacità e non deve rendere conto a nessuno se non a sè stesso/a dei propri risultati. E' una forma di dissenso e di presa di coscienza. 

Coerenza: Il parkour è solo un'attività. Di per sè nè nobile nè bastarda. E' uno specchio. Mostra quello che siamo senza poterci nascondere. E ci chiede di fare uno sforzo per produrre qualcosa di coerente con i valori di cui ci riempiamo la bocca (pratichi? Pratica quello che dici. Insegni? Formati, sii competente, non farlo a caso solo per due soldini). E non lo fa solo quando siamo di fronte ai nostri corsisti, con il mantello dell'eroe addosso. Ma quando ci alleniamo da soli, quando decidiamo se chiuderci in palestra perchè fuori piove (mentre cianciamo del valore dell'adattabilità) , quando editiamo un video dei nostri movimenti in un modo che tutti i salti sembrino più grossi e tagliando le parti imperfette o il processo.  E' la nostra coscienza. Ed è facile sottrarvisi per due like, un euro in più,  uno sbattimento in meno.

 Un piccolo appunto, entrando quasi nel mio ventesimo anno di pratica, ed è per me ancora un'espressione di coerenza. A chi mi chiede cos'e' il parkour non rispondo più con la solita risposta standard mettendomi in modalità replay e sciorinando la solita definizione, più o meno sempre quella e tra l'altro un pò ambigua. Quando mi chiedono :" Cos'e' il parkour"?  Io rispondo con tutta l'onestà di cui sono capace: "Io non lo so. So che è qualcosa a cui sono devoto.". " E come lo insegni?" " Il parkour si può imparare, ma non si può insegnare."




Le qualità che ricerco:

Forza

Averne abbastanza per pianificare un'invasione, costruire una casa, scavalcare un muro, sollevare una persona, traversare una parete di roccia, rimanere freddo quando tutti intorno perdono la testa, resistere alle tentazioni, mandare k.o. un nemico o riuscire a farlo ragionare con la forza della mia calma.

Comunità

Trovare nel tempo persone che, pur nella loro diversità stiano viaggiando nella mia stessa direzione. Formare una tribù. Spingere e farsi spingere per avvicinarsi ad esprimere il proprio potenziale, cosa difficile da fare da soli.

Espressione di sè.

In ultima analisi il parkour è per me una forma d'arte.  E tutte le forme di arte sono espressione di sè,  della propria visione interiore. Cercare di  vivere la mia pratica e la mia vita  come un' arte richiede grande onestà e umiltà, prerequisiti fondamentali per potersi esprimere sinceramente, lontani da mode, schemi e convenzioni sociali e culturali.

Ovviamente queste idee sono temporanee, cambiano. Sono Vive e Verdi! Alcune sono più importanti oggi di ieri, altre le lascio perdere per un pò e poi ci torno. Cercare di avere dei fondamenti non è soltanto avere dei pilastri solidi, come i tre pilastri della piramide del parkour. Ma ha significato per me costruirmi un timone e una vela per dare a questa barchetta sperduta nell'oceano una rotta. Che non so dove mi porterà, ma almeno posso esplorare avendo una direzione. 

Bodhidharma, da cuore a cuore


I princìpi del mio insegnare

Qui voglio condividere i fondamenti della pratica che voglio passare nel coaching e che dividerò principalmente in quattro grossi rami dell'albero:

Il far fare

 So dovessi riassumere al massimo cosa fa il coach di ADD/Parkour, direi che l'insegnante è colui che fa fare alle persone. Far fare non significa  certo imboccare i discenti con nozioni e tecniche, in maniera verticale e soprattutto facile.  Trovo molto rischioso insegnare delle tecniche così come noi insegnanti le sappiamo eseguire adesso, in modo più o meno perfetto. Io preferisco, dopo una fase iniziale di osservazione delle persone a cui insegno per esempio il monkey, capire quali sono i princìpi che ognuno deve capire per comprendere il movimento, e questo richiede alcuni fattori di cui tenere conto:

  • Personalizzazione: ogni persona è diversa. Per età, livello, forza fisica, intelligenza motoria. Ognuno ha timori diversi, più o meno fondati. Quindi ciascuno avrà bisogno di consigli diversi e non ha senso standardizzare per velocizzare il processo , magari col fastidio per chi rimane indietro. 
  • Il principio del labirinto: guidali, dà loro gli strumenti, ma poi lascia che trovino da soli l'uscita. Imparare dai  propri errori, dover combattere con le piccole frustrazioni date dal non capire un movimento e poi risolverlo da soli permette il vero apprendimento, quel cambiamento interno dato dal lavoro tecnico che và a braccetto con quello emotivo ( ed ecco perchè il talento è una trappola, per chi impara ma soprattutto per chi insegna). Queste persone impareranno più lentamente che se gli avessi detto tutto e subito? avrebbero imparato il monkey. Ma nient'altro. Invece in questo modo rimane nella memoria anche la gioia del successo guadagnato con la propria fatica. Si ricorderanno i dettagli necessari per eseguirlo nel migliore dei modi. Il coach è un facilitatore, non una nutrice. Ed ecco perchè il talento è pericoloso. Chi impara qualcosa molto facilmente e in poco tempo (perchè ha un talento)  non è dovuto passare attraverso decine se non centinaia di tentativi, che permettono di scoprire varianti, progressioni e regressioni preziosissime quando si insegna a persone molto diverse, ognuno con i propri bisogni. Ogni errore ripetuto è un vicolo cieco che lo studente deve trovarsi davanti per poter capire di dover provare un'altra strada. 

  • La sfida: un tema che negli anni si è ripresentato più volte, un tema che per molti insegnanti è critico e sempre aperto: quanto far rischiare ai propri allievi? E' necessario dare gli strumenti necessari a gestire la situazione pericolosa. Poi è importante comunicare con molta chiarezza quali sono i rischi di quella situazione. In seguito  io ritengo sia essenziale spiegare il valore che sta dietro l'affrontare un salto che potrebbe essere fatale ( spero che qui non sia necessario entrare nel merito). E infine bisogna avere fede. Fede significa fiducia che quella persona saprà gestire la situazione,  sia che lo faccia sia che rinunci. E accettare di buon grado le possibili conseguenze, che dovranno essere minime se abbiamo lavorato bene. Ma non dimentichiamo che il parkour/ADD è pericoloso. Non raccontiamoci bugie.

La trasmissione da cuore a cuore

"Da cuore a cuore" è un modo di dire del Buddhismo. Indica  una trasmissione empatica della disciplina, al di là del linguaggio e del formalismo. Ascolto, dialogo, aprirsi come essere umani e, anche siamo coach, parlare delle proprie paure e dubbi. L'ho sempre fatto. Non ho mai creduto a questa aura di divinità e perfezione che alcuni insegnanti hanno o si costruiscono. Da cuore a cuore significa, per chi l'ha fatta con me, guadagnarsi la settimana di ferro, con tutto quello che c'e' dentro, Significa coltivare coi propri corsisti ( o partecipanti a un workshop) una pratica che và ben oltre i salti. Può essere la tazza condivisa da cui beviamo la stessa acqua.

I princìpi invisibili oltre la tecnica

  • Esplorazione: provo a portare una visione della pratica in città esattamente come se fossimo un gruppo di Neanderthal in un ambiente sconosciuto. Una foresta. Allora non ci sono direzioni in in cui non si può andare, livelli che non possiamo esplorare alla ricerca di risorse, o per pura curiosità umana. In questo modo il parkour non si riduce al riempire uno spazio d'aria col proprio corpo, saltando da un punto ad un altro. La città  diventa foresta viva e piena di angoli e misteri da conoscere. I salti, le tecniche, sono solo i mezzi con cui conoscerla in ogni suo segreto. Niente che non potrebbe esserci anche senza un singolo salto.
  • Conoscenza di sè : i breaking jump sono mezzi per conoscere il sè di oggi e aprire la strada a quello che verrà domani. Il resistere alla fatica è un altro mezzo. Prendi misura della tua forza e scopri quanto sei vigliacco, debole, quanto sei disposto/a a barare per finire qualche secondo prima. E' questo il nostro lavoro. Spogliare le persone e noi stessi delle sovrastrutture e vedere la perla che si nasconde sotto. Chi partecipò alla sfida finale del workshop a Verona di un paio di anni fa si ricorderà la tensione, lo scontro di ossa e tendini nel rimanere in quelle posizioni per un tempo infinito. 

espressione di sè (della propria arte interiore)

Mi impegno attivamente perchè le persone che alleno non diventino miei cloni. Se non si sta attenti le persone iniziano a imitare naturalmente il modo di fare, di parlare, persino di gesticolare dell'insegnante se questo ha carisma ed esercita una qualche forma di soggezione. Ma soprattutto insisto sul far trovare a ognuno il proprio stile di movimento e di creazione di percorsi. Come diceva quello stronzo del mio mentore quando facevo il panettiere, che mi sgridava  perchè cercavo di rubargli il lavoro con gli occhi: fai come dico, non come faccio io. Meglio non correggere ogni errore che si vede, o qualche sbavatura nei movimenti. Che ognuno possa esprimersi, anche se per molto tempo non sapranno cosa significa esprimersi, cioè andare oltre le tecniche più fighe e i salti più grossi. Questo nell'insegnamento. E per me come praticante? Vale lo stesso. Valgono le parole di Bruce Lee qui.


Camminando speso in montagna mi è venuto un pensiero sull'insegnamento. Noi insegnanti, di qualsiasi livello, vogliamo portare i nostri discenti sulle cime delle montagne, che rappresentano il livello di competenze che vogliamo che queste persone raggiungano e che sarebbe anche il livello al quale ci troviamo noi ( perchè lo vogliamo, vero? Non vogliamo tenerceli come corsisti all'infinito, spillando i loro soldini per più tempo possibile centellinando le conoscenze, vero?!) . Bene. Ma l'errore che non dobbiamo fare è quello di aspettare queste persone in cima. Noi non dobbiamo essere in cima e chiamare i nostri studenti incitandoli dall'alto a camminare per raggiungerci. Non è così che si và in montagna e non è così che si dovrebbe insegnare, per me. Si dovrebbe partire tutti insieme dal basso, camminare insieme, magari indicando il sentiero migliore a un bivio o i punti critici da evitare- anche perchè in tutto questo processo le persone ci guardano e ci imitano (l'insegnamento è costante, anche quando non stiamo insegnando). Alla fine lo scopo dell'insegnamento non dovrebbe essere quello di portare le persone sulla nostra cima, ma dovrebbe essere insegnare loro a camminare sui sentieri. Poichè solo così le persone saranno in grado, in futuro, di salire sulle LORO cime. 


Infine: Questo non è che un tentativo di tradurre le vaghe sensazioni e le poche certezze accumulate in questi anni di pratica e insegnamento per scritto. E' pur sempre un diario. Non è la verità, neppure per me. E' il desiderio di saldare il debito che sento col parkour, che tanto mi ha chiesto e che tantissimo mi ha dato. E' un amante al quale sono devoto. Ed è anche per questo che insegno. Per restituire qualcosa di quanto ho ricevuto.  Non ho l'ardire di portare avanti la ricerca di Gato,  ma è anche grazie a lui se sono quello che sono. Glielo dovevo.